Giocare “in casa” – La città di Milano è piena di meridionali, che negli ultimi decenni, per motivi di lavoro, si sono trasferiti nel capoluogo lombardo. Un fenomeno ripreso soprattutto negli ultimi anni, a causa della crisi economica. È sufficiente leggere i nomi sul citofono di un palazzo, per rendersi conto delle dimensioni della migrazione. Calabresi, pugliesi e siciliani, in particolar modo, popolano il centro finanziario del Paese. Così quando un meridionale arriva a Milano, è come se si trovasse a casa (escludendo le differenze che impone la natura). Forse la stessa sensazione l’hanno avuta i giocatori del Palermo, che ieri sera hanno sfidato la formazione di Filippo Inzaghi a San Siro. Una partita che il Milan avrebbe dovuto vincere, per non allontanarsi dal terzo posto e centrare l’obiettivo della  qualificazione in Champions League. Invece è accaduto l’impensabile. I rossoneri sono stati sconfitti tra le mura amiche dai rosanero, che hanno sfoderato una prestazione maiuscola.

L’involuzione di Filippo Inzaghi – In particolar modo nel primo tempo, la formazione di Iachini ha domato il Milan e senza troppe difficoltà, prima con l’autogol di Zapata e dopo con Dybala, si è portata sul 2-0. I rossoneri hanno provato a reagire, ma non è servito a niente. Il Palermo ha avuto una grande personalità, come se si trovasse nel proprio stadio. Questa sconfitta è un brusco passo indietro per il Milan, che viene ridimensionato. Il pupillo di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, Filippo Inzaghi, sta avendo più difficoltà del previsto a risolvere i problemi del Milan. La speranza era che l’ex attaccante diventasse una sorta di Antonio Conte rossonero, ma con il trascorrere del tempo il giovane allenatore si sta allontanando sempre di più da quell’ideale per avvicinarsi all’incubo esonero in stile Clarence Seedorf. Poco gioco e nessuna idea. A ciò va ad aggiungersi una rosa non competitiva, con Fernando Torres sempre statico e una difesa da centro classifica. Se Honda e Menez non si inventano qualcosa, è dura per il Milan.

I “Malavoglia” e il pessimismo del Milan – La crisi dei rossoneri la si vede nei numeri. Al di là della classifica, il riferimento è al numero sulle spalle del nipponico Honda. Con tutto il rispetto per il giapponese, questa società è abituata a ben altro. E se si è costretti ad affidare il numero 10 al calciatore con gli occhi a mandorla (un semplice buon giocatore), vuol dire che la crisi è profonda. Il Milan, inoltre, non ha lo spirito che l’ha sempre contraddistinto. Neanche la grinta di Inzaghi è riuscito a risvegliarlo. È un Milan con troppa “Malavoglia”. E dopo la sconfitta contro una squadra siciliana, la citazione ci sta tutta. Anche se Giovanni Verga era di Catania, sarebbe difficile trovare un’altra definizione per il Milan che incarna lo spirito pessimista espresso dal letterato dell’isola nel suo romanzo principale. Nei Malavoglia, infatti, viene sottolineato il fatto che le disgrazie debbano essere subite passivamente e vengano una dopo l’altra per affondare le sorti di una famiglia intera. La famiglia è il Milan e le disgrazie, con acquisti sbagliati, cessioni frettolose e scelte errate di allenatori, perseguitano la formazione milanese da troppo tempo. Il rischio è di affondare. Come è successo ieri sera, anche se il Milan è andato a picco a Palermo e non nelle acque della bella Aci Trezza.

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