Alla fine far ridere e più difficile che far piangere. Tutti i grandi artisti della risata lo hanno detto. «Fare piangere è meno difficile che far ridere. Per questo, teatralmente parlando, preferisco il genere farsesco. Io sono sicuro che il dramma della nostra vita di solito si nasconde nel convulso di una risata provocata da un’azione qualsiasi, che a noi è sembrata comica. Sono convinto insomma che spesso nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa, si compie». Questo era Peppino de Filippo fratello del grandissimo Eduardo di cui in questi giorni si commemora la scomparsa. E Peppino è stato spesso in coppia con un altro mito della nostra comicità, il grande Antonio de Curtis, noto a tutti come Totò, il quale era solito dire che «far piangere è semplice e invece far ridere è difficilissimo, infatti di attori drammatici se ne trovano tanti, ma di comici… ».

Probabilmente questo accade perché il meccanismo del dolore e della tragedia è un po’ più lineare, più rispondente a quelle che sono le aspettative immagazzinate in anni di attenzione più o meno cosciente verso quel fenomeno, il meccanismo della risata invece tende verso la rottura. Ciò che fa ridere è quello che accade inaspettato, anche per la nostra mente. È il caso di una battuta che si rivela completamente diversa da quella che ci si aspettava. Il fenomeno, quello che ci appare, è ciò che mai ci saremmo aspettati in quel punto del dialogo o in quel punto del percorso che sia teatrale o della vita. Basti pensare alla classica buccia di banana che provoca un ruzzolone e scatena ristate incontenibili.

Due ragazzi invece che da quando sono sulle scene non hanno mai preso scivoloni, ma hanno sempre saputo scegliere i tempi e le parole per questa “rottura delle aspettative” sono Ficarra e Picone. Tra pochi giorni nelle sale esce il loro quinto film “Andiamo a quel paese”. Salvo e Valentino, i nomi propri, nell’ordine, del duo comico, originari di Palermo, viaggiano fin dall’inizio con una grammatica immaginativa molto vicina al profilo dei comici siciliani, arricchito però da sempre da una freschezza e una modernità dei testi, abili a cogliere i segni del mondo da cui partono per oltrepassare quei limiti che fanno scattare il gesto e la parola comica. Fanno ormai parte del mondo del cinema e vanno ad affiancarsi alla lunga schiera di coppie famose del cinema comico, come i già citati Totò e Peppino, ma anche come Gianni e Pinotto, Ciccio e Franco e tanti altri ancora del nostro panorama nazionale. Sono “animali” da palcoscenico con uno spiccato senso della macchina da presa, per cui li abbiamo spesso trovati a loro agio sia in televisione che sul set cinematografico. La loro versatilità che li avvicina al mondo degli attori più che a quello dei semplici cabarettisti, ce li ha fatti vedere nella veste anche di conduttori e di “inviati” sportivi.

Il loro quinto lavoro si intitola “Andiamo a quel paese”, e a grosse linee si tratta di una commedia all’italiana che riassume nel titolo parte della trama. I due protagonisti, due vecchie amici trovatisi senza lavoro, lasciano Palermo, per ritirarsi nel loro paese d’origine. Qui tutti gli elementi della commedia all’italiana, equivoci , farsa , e satira si spostano di continuo tra l’ambito sociale e l’ambito politico andando a toccare con una ferocia denuncia, che non lascia indenne alcuna categoria, il malcostume generale, sia politico che culturale della società. Troveremo due attori straordinari, in questo film e ci faranno ridere, anche se a tratti di un riso amaro, perché la loro parola è acuta e assolutamente di rottura. Anche di rottura di scatole per il bel paese per via del tema di fondo che è la denuncia di una grande carenza: il lavoro, e soprattutto il lavoro di qualità. Se il loro film avesse avuto anche un regista, con la visione completa della settima arte, avrebbe potuto assurgere a opera indimenticabile del grande cinema, e avrebbero cominciato a sfiorare la poesia di Fernandel e Gino Cervi nella saga su Peppone e Don Camillo, ma il loro essere nati sul palcoscenico li porta ad essere ancora abbastanza legati alla trasmissione del messaggio della parola del corpo, e appaiono distratti dalle potenzialità del mezzo specifico del cinema. Ma Dio ce ne liberi, non possiamo affidare ai giullari anche il compito di salvare il paese e la cultura. Il faticoso mestiere di far ridere lo fanno benissimo, e di questi tempi basta e avanza.

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