Ultimo giorno di campagna, per fortuna – Oggi, negli Stati Uniti, è l’ultimo giorno di campagna elettorale per le elezioni di Midterm che si terranno domani. “Per fortuna” l’ultimo giorno, pensano molti americani, stanchi di una campagna dalla quale non nascondono di essere disgustati, sia per i toni usati in molti Stati sia per la grande quantità di soldi spesi in pubblicità negativa, tutta tesa contro l’avversario e poco concentrata sulle proposte e sui programmi. L’interesse per il risultato finale, invece, resta molto alto, vuoi perché il testa a testa al Senato è appassionante, vuoi per la sete di vittoria dei repubblicani, vuoi per la delusione dei democratici, che se da un lato sperano nei loro governatori e, fino all’ultimo, di non perdere il Senato, dall’altro auspicano un effetto salvifico della scoppola elettorale, che avvii un cambio di passo nella politica della Casa Bianca. In quella estera e in quella interna.

Obama contestato – «Diciotto miliardi di debito sono sufficienti» – dice un sostenitore repubblicano in Kansas – «e Obama e Reid (l’attuale governatore democratico, ndr) porteranno il nostro Paese a un debito ancora più alto». “Obama deports parents” – si leggeva sulla maglietta di un attivista ieri durante un comizio del presidente in Connecticut, accanto al candidato governatore Dan Malloy. Interrotto almeno quattro volte da un gruppo di contestatori, Barack è stato costretto a rispondere sulle politiche d’immigrazione, uno dei talloni d’Achille della sua amministrazione. «Sono in sintonia con coloro che sono preoccupati per l’immigrazione» – ha detto tra le grida del pubblico – «Sono stati i repubblicani a bloccarne le politiche. Sfortunatamente però la gente è frustrata e allora vuole urlare a tutti». Poi Obama si è concentrato a convincere gli elettori a recarsi alle urne e a far votare quante più persone possibile. Mentre al Senato, secondo molti analisti, più bassa sarà l’affluenza più possibilità avranno i democratici di difendere la propria maggioranza.

L’orizzonte lungo di Hilary – In un clima di disaffezione totale, che colpisce il Partito democratico ma anche quello repubblicano, la scelta di Obama di presentarsi ieri accanto a uno dei suoi candidati nonostante le prevedibili proteste e nonostante la sua immagine non sia più un valore aggiunto così scontato è stata dettata dalla valutazione che anche una piccola dose di entusiasmo può essere decisiva a spostare gli equilibri di queste elezioni. E in una parte dell’elettorato, questo entusiasmo lui è ancora in grado di portarlo. Entusiasmo di cui è in cerca anche Hilary Clinton, che si è spesa molto in questa campagna elettorale, utilizzandola anche come primo lancio della sua personale campagna per le presidenziali del 2016. E infatti, ieri in New Hampshire, l’ex Segretario di Stato ha ripercorso durante un comizio di chiusura tutta la sua avventura lì, a Nashua. Dal 1991, «quando avete aperto le vostre case e i vostri cuori», al 2008, quando «nei giorni più bui della mia campagna elettorale mi avete restituito la voce, mi avete infuso grinta e determinazione».

Il sorriso stentato dei repubblicani – Grinta e determinazione che latitano dalle parti dei repubblicani, nonostante la vittoria scontata al Congresso e il possibile en plein al Senato. La grande corsa della destra americana non è accompagnata da squilli di trombe e urla di battaglia e il loro successo al Congresso sembra più dettato dalla défaillance di Obama piuttosto che da meriti propri. La percezione che i cittadini hanno del Partito repubblicano e dei suoi deputati è negativa, come negativa è per la politica in generale. E per di più, la vittoria al Senato ha di fronte a sé l’ostacolo dei senatori democratici già in carica, più difficili da battere rispetto alle matricole. «Nessuno dalle nostre parti si sente sicuro» – ammette sommesso uno stratega repubblicano – «tutti sono ottimisti, ma nessuno si sente sicuro». «Mi sento abbastanza bene» – gli fa eco un altro – «Sono scettico sul fatto di sentirmi bene». Insomma, se Atene piange, Sparta non è che si ammazzi dalle risate.

Avanzata “rossa al Senato – Tuttavia, al Senato la matematica sorride ai conservatori: dovrebbero vincere senza problemi in West Virginia, Sud Dakota e Montana, dove non ci sono senatori democratici a opporsi, mentre in Arkansas potrebbero spuntarla sul senatore “blu” Mark Pryor; in Luisiana hanno i favori del pronostico su Bill Cassidy al ballottaggio contro la senatrice dem Mary Landrieu, che vincerà il primo turno per via della doppia candidatura repubblicana. Poi ci sono cinque seggi ad alta tensione detenuti dai democratici: la sconfitta repubblicana è molto probabile solo in New Hampshire, mentre in Alaska e Nord Carolina sarà sprint al colpo di reni; i restanti due, Iowa e Colorado, sono considerati quelli che all’ultimo decideranno chi prenderà il controllo del Senato e, negli ultimi sondaggi si sabato, sembrano pendere sempre più a favore dei repubblicani: 51-44 per Joni Ernst in Iowa, mentre il democratico Udall in Colorado sconta diversi problemi a portare alle urne l’elettorato per lui decisivo, ovvero donne nubili e ispanici, aprendo la strada al suo avversario conservatore. In buona sostanza, la difesa del Partito democratico sarà strenua, ma anche il Senato è vicino alla capitolazione e gli ultimi due anni di Obama, di conseguenza, si fanno sempre più fitti di ostacoli e vicoli stretti.

[hr style=”dashed”]

[Immagine: Donkey Hotey]

© Riproduzione Riservata

Commenti