Il Cimitero di Taormina, Foto di Rogika/Blogtaormina ©2014
Il Cimitero di Taormina, Foto di Rogika/Blogtaormina ©2014

Le origini della commemorazione cristiana – La nascita dell’attuale Festa dei Morti, è spiegata da Eraldo Baldini, che scrive: «Con l’affermarsi della nuova religione cristiana, la Chiesa cercò di cancellare le antiche feste “pagane”, cioè appartenenti a religioni precedenti, non abolendole, ma appropriandosene, riconducendole nel proprio ambito e mantenendone vivi solo la data, ma in parte anche il significato». In precedenza, vi era un rito bizantino, che celebrava i defunti, ripreso dalla chiesa latina per iniziativa dell’abate Odilone di Cluny, nel 998. La riforma cluniacense stabiliva che, le campane dell’abbazia dovessero essere fatte suonare “con rintocchi funebri” dopo i vespri del 1 novembre, e il giorno due novembre, l’eucarestia sarebbe stata offerta “pro requie omnium defunctorum”. In seguito, tutta la Chiesa cattolica ufficializza il rito e la festa che aveva il nome di Anniversarium Omnium Animarum, appare nell’Ordo Romanus, il codice della chiesa, nel XIV secolo. Il passaggio “cristiano” alla festa dei defunti, è preceduto dalla commemorazione del Giorno di Ognissanti, che ha assorbito la festa del pagano Capodanno Celtico. Ognissanti, apparsa durante il regno franco sotto l’imperatore Ludovico il Pio con l’avallo di papa Gregorio IV nel IX secolo, è entrata nel calendario cattolico, a partire dal 1475, sotto papa Sisto IV.

Gli usi del popolo e il mantenimento della tradizione – Il popolo continuava a praticare usi, in particolare in nord Europa, che commemoravano i defunti e che erano contenuti nei festeggiamenti del Capodanno Celtico; dunque se il primo novembre era dedicato ai Santi, il giorno successivo, il due del mese, era riservato ai defunti. In Italia, e nel meridione inoltre, sopravvivevano gli antichi riti di provenienza greco- romana, come ad esempio quello di mangiare le fave durante i conviti funebri e mantenuti nella tradizione. Le fave erano viste dalla cultura contadina come contenenti “le animelle dei morti” e il 2 novembre, per rinsaldare il legame tra i vivi e i morti, venivano consumate a pranzo. Tradizione questa, riscontrata nella provincia di Messina, che alcuni ancora oggi, mantengono. Ma gli usi rituali e religiosi, spesso hanno valenza simbolica che rinvia alle pratiche della semina e del legame con la natura, ed infatti, le fave si seminano i primi giorni di novembre.

Il 2 novembre a Taormina – L’assimilazione di antiche consuetudini tra origini greco-romane e contaminazioni celtiche, si ritrova anche nell’usanza di fare doni, siano essi giocattoli o dolci per celebrare i defunti. E a portare i regali invece di Babbo Natale, sono i morti. Taormina in questo, si unisce nei riti, agli altri centri che vedono protagonista la Sicilia. I giorni che precedono la Festa dei Morti, coinvolgono la comunità. Ci si reca al cimitero per sistemare fiori e provvedere a che le tombe siano illuminate dalle luci che servono a confortare i defunti. Sino alla metà del XX secolo, vi era l’abitudine di portare i lumini al cimitero e sistemarli dentro le lanterne, appese alle tombe, di cui resta qualche esemplare ornamentale. Ma ancora oggi, molti nelle case, accendono un lumino per i propri cari scomparsi. Nello stesso periodo, i panifici e le pasticcerie sfornano i dolci tipici del 2 novembre, “l’ossa i mortu”, le ossa di morto, fatti con farina, chiodi di garofano e cannella, cotti in modo tale da diventare duri come le ossa e con la particolare patina bianca, ottenuta con lo sciroppo di zucchero.  Ma vi sono anche dolci di cioccolato, caramelle e altre prelibatezze. La vera festa, si svolge tra la notte del 1 novembre e il 2, perché è in questa fase di passaggio, che i morti portano i loro regali ai bambini.

In bilico tra passato e presente. Cos’è cambiato e cos’è rimasto –   La commemorazione dei defunti è molto sentita in città, in ogni famiglia, si ha il desiderio di fare visita a parenti scomparsi, recandosi al cimitero ma non tutti rispettano la tradizione del regalo dei morti ai bimbi. I dolci si comprano e si regalano comunque, o si compra qualche giocattolo ai nipotini, soprattutto da parte degli anziani. Diverse testimonianze raccolte, hanno confermato che alcuni usi sono ancora vivi, mentre altri si sono persi e restano nei ricordi dei taorminesi. Questo perché vi è stata una modificazione della società, complice anche l’introduzione nordica della festa di Halloween e del cambiamento degli stili di vita. Tuttavia, il senso religioso che pervade la Festa dei Morti, non è venuto meno. Più di quaranta anni fa, ad esempio, i bambini erano soliti riempire di noci, castagne o fichi secchi le loro scarpe, per offrirle ai defunti che sarebbero giunti a trovarli. Se il bambino attendeva il dono, doveva ricambiare la cortesia, lasciando del cibo. Legame questo con il mondo antico e l’uso di lasciare cibo, e suppellettili nelle tombe per favorire il viaggio nell’aldilà.

Ricordi di due taorminesi: Franco la Pica e Onofrio Martines – Il signor Franco La Pica, lasciandosi andare alla descrizione di “come era ai suoi tempi”, quindi durante e dopo la guerra, ha dichiarato: «Quando io ero bambino, la fame si tagliava col coltello. La nostra speranza era di trovare cibarie, non giocattoli. I morti facevano trovare, in genere sotto il letto, fatto di trespidi e tavole col materasso di crine, un fardello con delle mele, carrube, fichi secchi. Per quelli che se la passavano meglio, c’erano gli ossi di morto, un dolce esistente tutt’oggi ma non con forme macabre come allora, che rappresentavano tibie e teschi. Non c’erano riti particolari o pranzi speciali, si andava al cimitero, portando i fiori che riuscivi a racimolare tramite orti e giardini di amici. Non esisteva la vendita dei fiori, anche perché nessuno li avrebbe comprati. Il cimitero era molto più piccolo e non ben tenuto come oggi. La maggior parte dei defunti venivano interrati. A tal proposito, il mio padrone di casa si chiamava Fortunato Marino, ed era addetto allo scavo delle fosse, un lavoraccio fin dalle cinque del mattino, e per una fossa veniva pagato due lire. Il mattino dei morti, noi ragazzi andavamo a cercare i nostri amici, per sapere cosa avevano ricevuto in regalo dai morti. E a volte, apprendevamo con un po’ d’invidia, che qualcuno aveva avuto dei dolci, oppure dei giocattoli. In genere, erano i nipoti di nonni ricchi». Anche Onofrio Martines, che ha vissuto la fanciullezza nello stesso periodo, ha espresso pensieri analoghi: «I morti, ci lasciavano fichi secchi, noci e castagne. I giocattoli erano per i bambini che stavano bene, ad esempio c’era la pistola con il nastro; dove le pallottole sparate, erano contenute su un nastro, che usciva fuori quando consumavi le cartucce. Poi si andava al cimitero e portavamo i fiori sulle tombe e si accendevamo i lumi dentro le lanterne».

Cimitero di Taormina
Il Cimitero di Taormina – Foto di Rogika/Blogtaormina ©2014

Il cimitero di Taormina – La parola cimitero, come “luogo di riposo”, nelle iscrizioni paleocristiane indicava il luogo di una sola sepoltura, ma presto verrà inteso come “un aggruppamento di sepolture”. A seguito dell’editto di Saint Cloud, emanato nel 1804 da Napoleone, i cimiteri dovevano essere posti al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati. L’editto, sarà recepito nel 1806 anche nel Regno delle Due Sicilie, dai Borboni. Taormina, aveva usato per le sepolture, necropoli preesistenti come quella bizantina, oppure cripte poste sotto gli edifici religiosi ma le nuove norme imponevano un luogo adatto; e l’attuale cimitero, situato a nord della città, si trova nella zona chiamata Porta Pasquale, fuori dalla cinta muraria cittadina. Vi sono delle tombe a terra; tombe in cella; e tombe di famiglia a camera e a cappella. Nelle tombe di famiglia, all’esterno, è visibile il nome della famiglia. Qui si può leggere una parte della storia cittadina con i nomi degli Atenasio, dei De Turcis, dei La Floresta, dei Rao. All’ingresso, sul lato esterno e su quello interno, sono incise alcune massime filosofiche di T. Cassisi di cui una molto bella, apposta sul lato interno sinistro: «Le postume riparazioni son perdoni gloriosi di ritardate giustizie». LIl dda galleria è tra le parti più antiche, insieme alla zona dell’ingresso, detta anche “monumentale”.

Leggere la storia, scritta sulle lapidi – Approfittare della Festa dei Morti, per fare una passeggiata tra i viali alberati del cimitero di Taormina, permette di rileggere tra le pagine di vita delle famiglie cittadine e di ciò che hanno lasciato ai contemporanei. Tra le tombe, ve ne sono alcune legate a momenti eroici e tragici della nostra storia come la lapide di Rosario Vinciguerra, nato nel 1842 e deceduto nel 1942; un centenario ricordato perché aveva partecipato al Risorgimento Tauromenitano, culminato con l’arrivo di Garibaldi nella rada di Naxos. Il Vinciguerra, giunto a Messina insieme ad altri suoi compagni, si era arruolato tra le fila dei garibaldini ed aveva deciso di traghettare per contribuire a “fare l’Italia”. Ma interessante è anche la storia Franz Pagano, nato nel 1912, morto nel lager XB di Sandbostel in Germania, il 19 novembre 1944. Franz Pagano era un capitano di fanteria, reso prigioniero dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, mentre era di stanza nell’isola greca di Zante. La tomba di famiglia, vede le foto del giovane Franz, con la madre Sofia e il fratello Vincenzo, un editore di cartoline illustrate di Taormina.

Von Gloeden Cimitero di Taormina Foto Rogika-Blogtaormina (c) 2014
Tomba di Wilhelm Von Gloeden – Foto di Rogika/Blogtaormina ©2014

La sezione acattolica – A partire dalla metà del Settecento, la crescita delle comunità straniere nella penisola, fa emergere il problema delle sepolture dei sudditi, di quei paesi non cattolici come inglesi, prussiani, svizzeri, olandesi e russi. Nei successivi cento anni, in tutte le città italiane che accolsero comunità di mercanti stranieri come Napoli, Genova, Venezia, Trieste, Messina e Palermo, ma anche nelle città dove si erano formate comunità di aristocratici, artisti e letterati, tra cui oltre a Firenze e Roma, vi erano località balneari quali Capri e Taormina, si era decretato di aprire cimiteri acattolici. Il cimitero acattolico di Taormina, risale alla seconda metà del XIX, e si trova tra la zona monumentale e la parte più recente del cimitero cittadino; vi si può accedere direttamente, tramite un cancelletto. Piccolo e raccolto, ha tombe semplici tra le quali, quella del Barone tedesco Wilhelm Von Gloeden, morto a Taormina, nel 1931, città che aveva eletto a sua dimora definitiva. Diventato famoso per le sue foto, aveva aperto uno studio nella zona di piazza San Domenico e con i suoi “nudi artistici” e la ricerca sull’origine mitica della Sicilia, ha contribuito a rendere celebre Taormina, oltre i confini d’Europa. Ma c’è anche un’altra tomba, meno nota, con una grande lapide di marmo, posta a terra. Reca incisi quattro nomi: Lindelfeld Eleonorr, Kürschner Eugenio, Kürschner Arturo e Kürschner Renata. Una madre e i suoi tre figli, morti in mare nel marzo del 1939, mentre si trovavano su una barca in fuga dai nazisti, perché erano ebrei.

 

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