Obama verso la doppia coabitazione? – Ormai ci siamo. Martedì negli Stati uniti arrivano le elezioni di Midterm, quelle che si svolgono a metà dei 4 anni del mandato presidenziale e coinvolgono il Congresso (la nostra Camera dei Deputati), un terzo circa del Senato e i governatori di 36 degli Stati americani. Elezioni che, come ovvio, rappresentano sempre un test intermedio sull’operato del presidente in carica e questa volta non sorrideranno a Barack Obama. Il primo presidente nero della storia a stelle e strisce dovrà fare i conti, in questi suoi ultimi due anni di governo, con un nuovo Congresso che uscirà a maggioranza repubblicana. E non solo, perché anche il Senato è in bilico, con probabilità non trascurabili di finire a maggioranza conservatrice. Analisti di entrambe le sponde, infatti, danno quasi certa la conquista repubblicana di cinque dei sei seggi che garantirebbero loro il controllo del Senato, assai probabile la vittoria anche del sesto scranno e, se le cose gireranno decisamente a favore dell’opposizione, sarà addirittura “maggioranza blu”.

La ripresa economica non basta – Una corsa sul filo di lana, nella quale i democratici potranno arginare l’avanzata degli avversari soltanto se riusciranno a strappare uno o due seggi occupati ora dai repubblicani. Altrimenti entrambe le camere del parlamento statunitense saranno opposte a Obama. Ma perché un disastro simile è all’orizzonte per il presidente? La ripresa economica negli States corre, come non riesce a fare soprattutto in Europa, ma nonostante ciò la fiducia nell’inquilino della Casa Bianca è ai suoi minimi storici, col 40%. Obama paga una politica estera dai muscoli deboli e problemi interni sui quali molti americani avevano posto grandi speranze nel “presidente nero”. Le tensioni razziali dopo i fatti di Ferguson, in primis, hanno risollevato un nervo scoperto che si sperava potesse placarsi grazie al valore simbolico rappresentato da Barack Obama. Invece Ferguson ha dimostrato quanto sia soggiacente e lontano dal raffreddarsi il problema del razzismo negli States. Obama, al di là del simbolo, pare non aver dato vita nei fatti allo shock necessario a compiere quella rivoluzione culturale di cui molti americani lo vedevano portatore.

Un presidente debole – Ma non è solo il tema del razzismo a creare tensioni interne e delusioni nell’elettorato statunitense. L’arrivo dell’ebola sul suolo americano ha contribuito a minare le sicurezze del popolo, indebolendo l’immagine della Casa Bianca. E le ripetute esecuzioni di cittadini americani per mano degli jihadisti dello Stato Islamico hanno cementato nell’opinione pubblica una convinzione di debolezza internazionale che si riverbera irrimediabilmente in una sensazione di insicurezza interna risvegliata dal trauma dell’11 settembre. Debolezza sul piano internazionale che tocca anche l’aspetto economico. Il sogno americano, da sempre, non è la ripresa, ma il benessere, la floridità, il dominio. E vedere Paesi come la Cina, il Brasile o l’India correre a velocità maggiore rispetto a quella americana lasciano nell’esigente elettorato statunitense l’impressione di non essere più i primi, di vedere svanire da un momento all’altro quel predominio, quella preminenza a cui sono da sempre abituati e a cui non vogliono rinunciare. Per questo Obama viene percepito come un presidente “molle” e anche sul fronte democratico la delusione è strisciante.

I democratici si smarcano da Obama – Strisciante ma non silente. Diversi candidati dell’asinello nei vari Stati non esitano infatti a prendere pubblicamente le distanze da Washington, giocando una campagna elettorale tutta smarcata dalla Casa Bianca e concentrata a recuperare consenso sul piano personale. L’immagine di Obama ormai sembra non far più comodo a nessuno e l’etichetta democratica ne risente su tutti i propri candidati. Eccezion fatta per quelli già in carica, che godono di un vantaggio derivante dal prestigio dello scranno su cui siedono e soprattutto dal denaro che esso gli assicura per la campagna elettorale. Una campagna elettorale nella quale Obama preferisce concentrarsi sulle piazze meno delicate, almeno per quanto riguarda il Senato. Ieri è stato infatti in Michigan, teatro di una bella sfida per la seggiola da governatore, mentre saldamente in mano democratica per quanto riguarda il Senato. In prima linea ha giocato invece Michelle, molto più gradita del presidente in molti Stati. Il sabato della first lady è tuttavia trascorso nel più tranquillo Illinois, dove il candidato democratico Dick Durbin non dovrebbe fare da eccezione a quella regola che vede i senatori in carica vittoriosi e riconfermati.

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