La luce è uno dei primi elementi rivelatori della realtà. Anzi nel suo primigenio manifestarsi può essere pensato come costitutivo di essa, non solo a livello formale ma anche sostanziale. Le ultime teorie ci dicono che la luce, come tutte le onde elettromagnetiche, influisce e interagisce con la materia e la plasma in un rapporto che è alla base della nostra percezione visiva. Il colore non esiste, ma con­-siste, cioè trova l’esistenza con il grado di assorbimento o di riflessione di ogni superficie materica. Ma proviamo a ragionarne con la visuale dell’arte.

Flavio Caroli, anni fa, alla domanda di uno studente che gli chiedeva quale fosse a suo avviso la futura direzione dell’arte, rispose che tutte le ricerche tendevano verso una “informatica spettacolare”, e la luce in questa direzione avrebbe rivestito una importanza notevole, e aggiungiamo avrebbe assunto un ruolo di svolta pari alla rivoluzione avvenuta nella pittura con l’arte fiamminga, perché essa è in grado di scolpire, di incidere lastre fotografiche, impressionare la pellicola e registrare con milioni di pixel tutte le informazioni che la luce restituisce. Ma soprattutto portare queste esperienze a un forte livello emotivo.

La storia dell’arte ha sempre avuto a che “vedere”con la luce, ma nella contemporaneità pare la luce si sia trasferita nel luogo e nei materiali dell’arte. Sono tanti infatti gli artisti contemporanei che utilizzano la serie di dispositivi luminosi come il vecchio neon, i led, i laser, le fibre ottiche, e le proiezioni allo xeno per le loro opere che sovente sono delle installazioni. Il primo a sperimentare in questo senso fu László Moholy-Nagy, il quale tra il 1922 e il 1930 architettò il cosiddetto “Modulatore Spazio-Luce”, una struttura mobile di acciaio plexiglass e vetro, che era in grado di creare giochi di luci in movimento. Lucio Fontana agli inizi degli anni cinquanta, a Milano, espose un soffitto a luce indiretta e il celebre “Arabesco fluorescente”, un’opera realizzata con 130 metri di neon, che anticipava le ricerche dei Concetti spaziali. Dal 1970 Mario Merz cominciò ad adottare la formula matematica di Fibonacci, una sequenza in cui ogni numero è la somma dei due precedenti; tale formula, unitamente all’energia infusa dal neon, simboleggia la crescita organica e l’energia insita nella materia.

Le luci d’artista accomuneranno in questi giorni due importanti città italiane Torino e Salerno. A Salerno le vie della città, e non solo quelle del centro rispetto alle passate edizioni, saranno illuminate dalle spettacolari “Luci D’artista 2014-2015”. I temi che animeranno le istallazioni luminose di Salerno saranno l’aurora Boreale e le Fiabe. Degli speciali pannelli luminosi sono stati montati per ricreare l’effetto dell’aurora boreale, mentre gli occhi dei bambini, e forse anche degli adulti saranno allietati dalle figure di Cenerentola e di Peter Pan. Le due piazze principali della città saranno dedicate ai due personaggi famosi delle fiabe. È una maniera per spostare tra la gente la forza dell’arte, della bellezza della luce e del senso di collettività, perché senza dubbio la città sarà invasa come negli anni scorsi da migliaia di visitatori.

Torino ha aperto le sue Luci d’Artista con una maratona sabato 1 novembre. La maratona non era di quelle classiche, ma di una forte valenza simbolica. L’unico obbligo per i partecipanti era quello di portare, come tanti tedofori, una fonte luminosa. Al passaggio dei tedofori dell’arte, contemporaneamente allo spegnimento dell’illuminazione pubblica, sono state accese le fantastiche Luci d’Artista di Torino. La prima è stata quella montata sul fronte della stazione Porta Nuova, “Vento Solare” di Luigi Nervo. Un po’ Caroli aveva visto giusto. Numerosi sono gli artisti che si avvalgono di diverse tipologie di luci per mandare i loro messaggi: Bruce Nauman, Joseph Kosuth, Robert Barry  e il nostro Maurizio Nannucci.  Tra i lavori più famosi che indagano questi territori emotivi, vi è probabilmente “The weather project” un opera di Eliasson, che con-siste in un  gigantesco cerchio di luce. Realizzato nel 2003 per la Turbine Hall della Tate Modern di Londra, questo apparente sole artificiale dimostra prima di tutto l’alto potenziale che la tecnologia offre all’artista, per realizzare opere di forte impatto emotivo, ma offre anche la possibilità di capire cosa vuol dire arte contemporanea.

Vuol dire avere la potenzialità di instaurare immediatamente un rapporto di dialogo con il fruitore, pur completamente a digiuno di nozioni  sull’arte.  Il sole di  Olafur  Eliasson apriva un dialogo con la gente che aveva la possibilità di pensarsi e osservarsi mentre osservava, di avvertire la sua piccolezza e al contempo la grandezza della sua appartenenza alla collettività. E tutto in una atmosfera che ricorda le luci di alcune scene di “Blade runner”, confermando elegantemente l’idea di una informatica spettacolare. Potenzialità offerte anche alle Luci d’Artista, che a qualcuno potrebbero sembrare semplici luminarie.  “Fiat lux”, disse qualcuno nel primo racconto dell’uomo, e probabilmente giocando con la luce sapeva bene  cosa stava facendo.

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