Sorpresa! – Il sasso nello stagno lo ha lanciato Il Sole 24 Ore, scatenando un’ondata di polemiche, numeri e confusione. Il denaro che serve per la realizzazione della tratta ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione è più di quanto previsto finora. Entrando nel dettaglio, al netto dei tecnicismi, fino a oggi si era calcolato che il costo effettivo dell’opera era di 8 miliardi e 329 milioni di euro. Da coprire per il 57,9% da parte dell’Italia e il restante a carico della Francia. Noi, cioè, pensavamo di dover sborsare 4,8 miliardi che, sperando nel massimo contributo possibile da parte dell’Ue per le reti Ten-T transfrontaliere, ovvero il 40%, sarebbero poi risultati 2,9. Tutto a posto, ci possiamo arrivare. E invece no, perché dalle previsioni di costo aggiornate, presenti nel Contratto di programma Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) 2012-2016 firmato dal ministro Lupi lo scorso 8 agosto, ora viene fuori una cifra totale diversa, più alta. Si tratta di 13 miliardi e mezzo (11,9 più 1,6 per i costi di studi e progettazioni). Ergo, di questi, all’Italia tocca tirarne fuori 6,9, che scenderebbero a 4,16 qualora l’Ue contribuisse per il 40%. Cosa per niente scontata. Contando che 2,4 miliardi disponibili per l’opera li avevamo, ora ci troviamo a doverne cercare ancora tra 1,7 e 1,8. Almeno.

Siamo alle solite: manca uno standard comune – Ma perché ora nel Contratto di programma Rfi i miliardi sono diventati 12 (senza contare progettazioni e studi), mentre in quello di Ltf, la società che progetta la Torino-Lione, sono sempre quegli ormai famosi 8,3? Il nodo resta da sciogliere, e ciò succederà verso la fine dell’anno, quando il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) approverà il progetto definitivo. Ma un elemento che aiuta a spiegare un po’ meglio questa discrasia, anche se non la esaurisce del tutto, è la differenza tra i criteri contabili utilizzati da Rfi ed Ltf. Ovvero da Italia e Francia. Noi, infatti, per fare un preventivo di spesa delle grandi opere usiamo gli euro correnti, mentre i cugini d’Oltralpe usano gli euro costanti. Noi aggiorniamo di volta in volta i costi ai prezzi attuali, loro mantengono il valore che avevano al momento dell’approvazione del progetto. Noi consideriamo le mutazioni dei prezzi (causa inflazione, aumento dei costi dei materiali, ecc) e delle eventuali varianti in corso d’opera, loro no. Ma questo, evidentemente, non serve a spiegare interamente una differenza di quasi 4 miliardi di euro. C’è qualcos’altro che non quadra.

Il mistero del lievito – Resta da capire, infatti, come in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo, in cui i prezzi di materiali, forniture e via discorrendo calano anziché aumentare, sia possibile che invece essi vengano calcolati, in previsione, con un aumento, pure bello elevato. Cioè, per fare un esempio terra terra, tanto per capirci: se il costo, mettiamo, del cemento oggi è inferiore a quello di due anni fa, e non è realistico che aumenti, tutt’altro, da qui ad almeno i prossimi due anni, com’è possibile che secondo Rfi la Tav costerà 12 miliardi anziché 8,3? Che tipo di lievito si usa per la torta della Torino-Lione? Il mistero verrà svelato, per forza di cose, in sede di Cipe, verso la fine dell’anno. Lì conti e carte dovranno essere messi sul tavolo, sia dall’Italia sia dalla Francia. Insieme i due Paesi dovranno decidere e approvare finalmente quale sarà il progetto della Tav e quanto costerà. Definitivamente. Prima che arrivi qualche nuovo studio economico, strategico o di trasportistica e ci dica che nel frattempo, con tutto il tempo che si è perso, le esigenze sono cambiate, non sono più quelle che si avevano 15 o 20 anni fa, quando il progetto è stato ideato. E che quindi non ne vale più la pena, che la Tav, magari, ormai non serve più a niente.

[hr style=”dashed”]

[Foto Marco Alpozzi / LaPresse]

© Riproduzione Riservata

Commenti