«Donne la scorsa notte ho fatto un sogno orribile, una visione atroce e perversa mi ha attraversato come fosse una lava». Così comincia la lettura di un paio di brani del testo di “Iset”, il primo “dramma sacro” ispirato al mito di Iside e Osiride. Donatella Finocchiaro, la fine dicitrice, ci trasporta con la calda magia delle parole nelle atmosfere del sogno premonitore di Iside in cui lei, dopo aver attraversato una sala rivestita di marmi preziosi si trova di fronte a un sontuoso sarcofago dischiuso, tempestato di pietre preziose, dove «…fattami largo […] al cospetto del feretro vedevo il corpo di Osiride, il mio amato sposo. Mai visione fu così dolorosa, mai sogno fu così infausto». E avvinti da questa immagine di donna, che vede ignara il corpo, fermo nella morte, del marito, ci pare di essere sprofondati nel cuore di una tragedia. Ma l’esistenza di un finale che può essere definito positivo la differenzia in maniera chiara dalla tragedia greca classica dove sempre arriva la catastrofe, il rovesciamento che porta alla rovina. Ci troviamo al centro di un opera che pur avendo come riferimento gli inevitabili punti di partenza della cultura greca, che di fondo ha creato l’idea del teatro, e i fondamentali tramiti occidentali come Plutarco, Ficino e Giamblico, trova la migliore definizione nelle parole di dramma sacro.

La presentazione è avvenuta nella splendida cornice di Casa Cuseni, a cura di Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxoslegge. A spiegare il mito di Iside e Osiride è intervenuta la professoressa e nota egittologa Stefania Sofra che ha deliziato gli astanti con la spiegazione degli aspetti più interessanti del mito. Gli autori dell’opera, che rappresenta il primo esperimento al mondo di rappresentazione teatrale del mito di Iside e Osiride, sono Dora Marchese e Francesco Santocono. I due hanno candidamente parlato di un lavoro che è nato quasi per gioco e poi si è trasformato in una ricerca, frutto di una reale passione che non ha nulla da invidiare agli studi di esperti e studiosi di tutto il mondo.

Ne è la conferma anche l’entusiasmo di Zahi Hawass, noto archeologo, oggi anche ministro e segretario generale del consiglio supremo delle Antichità egiziane. Lo studioso egiziano, già fortemente colpito dalla mostra organizzata per l’occasione da Franco Spadaro, l’anima di casa Cuseni, addirittura ha lasciato balenare l’ipotesi che l’opera, non appena avrà trovato la definitiva sistemazione di un arricchimento con un sistema di annotazioni e la struttura teatrale con la sistemazione delle scenografie e della regia, potrebbe essere rappresentata all’ombra delle piramidi.

Come tutti sanno il mito di Iside e Osiride è il più famoso della mitologia egizia. Nut e Geb generarono Osiride, Iside, Nefti e Seth. I quattro “ fratelli” si unirono tra di loro formando due coppie Nefti e Seth, e Iside e Osiride. Seth poi decise di uccidere il fratello con un ingegnoso inganno. Lo tagliò in quattordici pezzi che disperse e che Iside, la moglie, provò a trovare e a riunire. Solo quando riuscì a trovare il pezzo mancante, il membro di Osiride, potette operare la magia di dare la vita a Horus, Il figlio che si vendicherà dello zio. È uno anche dei miti più difficili, vista la stratificazione dei diversi livelli di lettura che esso propone, un po’ come “le metamorfosi” di Apuleio che dispone di una serie innumerevole di piani narrativi.

La ricchezza e la complessità di linguaggio proposta dagli autori corrisponde a una complessità generale del mito dal punto di vista ermeneutico, e se in esso va cercato un messaggio di fondo non si può che pensare all’amore. Un amore totale che già traspare nella disperazione del monologo interpretato da Donatella Finocchiaro,  alla vista del corpo dell’amato, e ancor di più nella ricerca senza sosta che percepiamo nell’ultimo monologo della serata in cui risuonano le parole di Nemano, donna per cui Iside fa la nutrice durante la lunga ricerca: «Ho visto ai piedi del letto di nostro figlio […] la serva egiziana che aveva le braccia levate e gli occhi chiusi […]. Iside la dea guaritrice è qui, proprio in questo palazzo, a cerca suo marito!».

Il mito dei miti sviluppa la lotta eterna tra il bene e il male attraverso tutta la tradizione ermetica. Vi traspare la ricchezza infinita della polarità femminile, rappresentata se vogliamo in tutte le culture dalla ciclicità del modo della donna di approcciare la vita, con la nitidezza di lettura della realtà, con la decisione e la risolutezza nella ricerca, per finire, passando attraverso la forza d’animo con la quale affronta il cambiamento, ad un momento di chiaro ripensamento sul suo operato. La  centralità della figura femminile è già nel titolo Iset, che è il nome egizio della dea della maternità, della magia e della fertilità. In questa ciclica complessità, che viene spesso letta a torto come una inaffidabile lunaticità, appare anche un’ indiscussa capacità magica, il cui momento più alto è dato dalla generazione del figlio Horus. E questa sorta di nascita causata dal mistero della magia è da alcuni avvicinata alla nascita “miracolosa” di Gesù, figlio di Maria, donna cardine della religione cattolica.

Abbastanza evidente è anche la forza dell’impulso dell’eros, racchiuso nel pezzo introvabile, il membro di Osiride mangiato dall’Ossirinco, un pesce del Nilo che poi è diventato a sua volta sacro. È ben presente anche nel fatto che, secondo alcune versioni del mito, a scatenare la brama di uccisione di Osiride da parte di Seth fu proprio Osiride, che da ubriaco ingravidò Nefti. Qui una piccola lancia va spezzata a favore del tetro Seth, per dire che anche nel male più profondo va cercata la piccola luce della comprensione e del bene. Qui vince il dramma dell’amore nel senso etimologico della parola. Dramma vuol dire azione. L’amore è azione, è spinta propulsiva. E nella sua accezione più pulita l’amore è sempre drammatico. [In copertina Donatella Finocchiaro, Foto Rogika/Blogtaormina ©2014]

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