La dicotomia novecentesca – Gli scontri in piazza di questi giorni a Roma hanno riproposto uno dualismo a cui siamo abituati da troppo tempo. Quello tra poliziotti e forze dell’ordine da un lato e operai e manifestanti dall’altro. Un muro contro muro che nel Novecento riusciva a muovere parecchi voti, tanto a destra quanto a sinistra. Se parteggiavi per gli operai eri comunista, mentre se prendevi le difese degli uomini in divisa eri un fascista o servo del sistema. Questa contrapposizione, frutto del secolo delle ideologie, a cosa ha portato? Difficile dare una risposta. L’impressione è che su queste categorie abbiano giocato i politici di turno, solo per accaparrarsi qualche voto in più. Sulla pelle di chi sta in piazza, sia operai che poliziotti, la classe politica del Paese ha scaricato responsabilità e teorie ideologiche. Con l’avvento del nuovo millennio la speranza era di porre fine a una simile dicotomia, ma nulla di tutto questo si è verificato. Il poliziotto, come si può udire anche nelle curve degli stadi di calcio, è considerato una sorta di “nemico” da sconfiggere o peggio uccidere.

Sulla pelle di operai e poliziotti – Eppure sarebbe sufficiente guardare la busta paga di un poliziotto per rendersi conto che le differenze con gli operai e i lavoratori non sono poi così evidenti. Anzi. A qualcuno, però, conviene mantenere ben alte le barricate. Già, ma a chi? Innanzitutto ai capi sindacali, che possono “ripulirsi” la coscienza sporcata nell’appartenere a una delle caste italiane, facendo le vittime e andando a visitare gli operai feriti in ospedale. E dall’altro lato conviene a chi strumentalizza la divisa, dice di essere dalla loro parte e quando è stato ministro della Difesa non ha fatto altro che diminuire i fondi per le forze dell’ordine, sprecare denaro con il fenomeno momentaneo delle “ronde” e prendere in mano il business del cibo dentro le caserme. Intanto nelle piazze se le danno di santa ragione ed è difficile trovare colpevoli e innocenti. Forse perché le vere colpe non sono di chi sta nelle piazze, ma di chi li usa per i propri fini. Strumentalizzare il dolore e la paura di perdere il lavoro degli operai della Ast Terni, è una mossa che permette alla Cgil di tornare alla ribalta nazionale, soprattutto dopo le discussioni sul ruolo dei sindacati nel Paese.

Con il caos non si parla della casta sindacale – Il carrierismo sfrenato, gli stipendi d’oro, il problema della rappresentanza, la seconda vita dei sindacalisti nella politica e nelle aziende pubbliche o semipubbliche. Tutto messo da parte, dimenticato. Adesso c’è la piazza e se nel caos si fa male qualcuno, tanto di guadagnato. Non si parlerà più di finanziamento pubblico dei sindacati e del ruolo egemonico sui territori di caf e patronati. Meglio battere il ferro finché è caldo. I poliziotti, si sa, sono lavoratori di serie B per i sindacati. Meglio strumentalizzare i poveri operai e rifarsi una verginità sulle loro spalle e disgrazie. Così contro il Jobs act e i recenti scontri di piazza, la Fiom ha indetto otto ore di sciopero generale entro novembre e due manifestazioni a Milano il 14 e a Napoli il 21 novembre. Proprio nel momento in cui la disoccupazione aumenta e raggiunge il 12,6 per cento, che corrisponde al record di 3,2 milioni di cittadini senza lavoro, l’obiettivo è provocare altre tensioni in piazza. Nel gioco della continua ed eterna campagna elettorale, vengono stritolati gli interessi dei lavoratori (operai e poliziotti) e dei giovani che vorrebbero risposte, riforme del mercato del lavoro e meno slogan e personalismi del passato.

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