Del rapporto tra bellezza e società ha scritto pagine memorabili lo storico dell’arte Hans Sedlmayr. In particolare nel suo libro “Perdita del centro”, dove sottolinea che l’arte è termometro dei valori umani (o disumani) di una civiltà, allo stesso modo in cui il sogno permette di registrare la salute psichica di un essere umano. Se le cose stanno davvero così, è strano che si chieda ad un’artista (in questo caso ad un’attrice) di indicare la rotta alla società. L’artista non ha in sé le risposte alle domande esistenziali dei propri simili. Egli è un servitore umile, per quanto straordinariamente dotato, dei propri clienti. L’arte è la punta dell’iceberg, rivela la condizione di benessere di un popolo, il suo sistema di valori. È la civiltà (ammesso che essa sia civile) quella a cui tocca dichiarare ciò in cui crede. All’artista spetta il compito di esprimere la bellezza del mondo interiore dei suoi committenti. Non può essere egli ad imporre una propria qualsivoglia visione cerebrale della realtà ai propri clienti. Da questo punto di vista (e non solo) noi viviamo in un mondo al contrario, camminiamo gambe all’aria e testa sotto. Cerchiamo di aprire gli occhi sull’essenza reale della bellezza dei capolavori del passato! Questo è uno dei meriti maggiori dell’opera più che ventennale di Rodolfo Papa: farci guardare con una comprensione nuova, profonda e corretta, opere d’arte che non di rado osserviamo senza avere gli strumenti per intenderne il reale significato. Che invece era chiaro ai contemporanei degli artisti, non solo ai loro committenti.

Anche Rodolfo Papa è un artista. Ma in questo caso ci parla in quanto storico dell’arte e filosofo del bello. I suoi studi multidisciplinari gli consentono di affrontare argomenti delicati con un approccio simile a quello sapienziale, olistico, omnicomprensivo, dell’uomo di cultura dotto del Medioevo o del Rinascimento. A titolo di esempio, vi leggo quanto scrive Carlo Pedretti nella prefazione ad uno dei suoi numerosi saggi, La “scienza della pittura” di Leonardo: «Sono passati ormai trent’anni da quando […] auspicavo, collaudandolo, un tipo nuovo di indagine e di interpretazione nello studio di Leonardo che vedo ora applicato con grande acume, fine analisi e brillante sintesi in questo libro di Rodolfo Papa». […] «Il critico o lo storico non possono interpretare l’opera pittorica di Leonardo senza conoscere la sua “teorica”. Ma ci sono voluti due secoli per capire quale fosse la strada giusta». Ricordiamo che Carlo Pedretti (Bologna, 1928) è professore emerito di storia dell’arte italiana e titolare della cattedra di studi su Leonardo presso l’Università della California a Los Angeles, dove dirige il Centro Hammer di Studi Vinciani con sede italiana presso Urbino. È considerato uno dei massimi esperti viventi della vita e delle opere di Leonardo da Vinci.

Concludiamo prendendo adesso in esame il luogo in cui ci troviamo. Il 7 febbraio 2014 è stato restituito alla cittadinanza di Castelvetrano questo splendore, la chiesa di S. Domenico, dopo quasi cinquant’anni in cui era rimasta chiusa a causa del sisma del 1968. Il complesso monumentale è di proprietà del Ministero degli Interni, Fondo Edilizia per il Culto. E su questo ci sarebbe già molto da dire. C’era un committente raffinato che non badava a spese: don Carlo Aragona Tagliavia, signore di Castelvetrano. C’era un artigiano estremamente dotato: Antonino Ferraro da Giuliana, visto all’opera dal principe nella Cattedrale di Palermo. C’era l’intenzione di scrivere con lo stucco un vero e proprio trattato teologico nel presbiterio di questa chiesa. E così, tra il 1577 e il 1580, nacque una Summa, che ha indotto alcuni a definire questa chiesa la Cappella Sistina di Sicilia. Si tratta di un capolavoro dell’arte dello stucco. Non so perché sia stato definito opera di «una misconosciuta bottega di “cesellatori siciliani”». La Sicilia vanta grandi maestri in tutt’e due queste forme di artigianato alto, lo stucco e il cesello. Sono entrambi arti plastiche ma molto diverse, per tecnica e forme di ideazione. Lasciatemelo dire, in quanto mi occupo di una Scuola Orafa, a Palermo, nata nel 1995. Tra l’altro ho anche lavorato con il mio collega Guido Santoro alla riqualificazione del Museo Diocesano di Mazara del Vallo, ricco di manufatti d’argento cesellato.

In ogni caso sappiamo che le doti degli artigiani isolani, in molteplici ambiti, si sono espresse abitualmente ad altissimo livello. Come dice la prof.ssa Maria Concetta Di Natale, fondatrice dell’Osservatorio delle Arti Decorative in Italia, la nostra non è una terra di grandi artisti (aldilà di un Antonello da Messina o di un Matteo Carnilivari o di un Ernesto Basile). È un Paese di grandissimi artigiani, che a volte raggiungono le vette della creatività, come Giacomo Serpotta, che allo stucco aggiunse l’allustratura. Dobbiamo investire di più su questo settore. Il cesello è la difficile arte del modellare lastre di metallo prezioso, di solito di 7/10 di mm, sul recto, mediante alcuni speciali scalpelli detti appunto ceselli. La scultura in stucco non è “arte del levare”, come avviene quando si scolpisce il legno o il marmo. È una tecnica che usa un materiale povero e per questo è adoperato spesso nelle chiese degli ordini mendicanti. Ma gli artigiani come Ferraro fecero assurgere questa lavorazione al rango di quelle arti una volta dette maggiori. È la modellazione complessa e composita di materiali duttili. Si predispone un’anima di legno, le si dà corpo con un riempimento di stoppa, attorno alla quale si plasma la figura in gesso, rapidamente, perché questa sostanza si asciuga in fretta. Alla fine si stende sull’altorilievo o sulla scultura a tutto tondo uno strato di stucco di 1 mm circa, composto da calce spenta e marmo. In alcuni casi l’artista dorava parte dell’opera, per evidenziare ciò che riteneva opportuno, tenendo conto che il bianco della superficie fa parte della composizione.

Questa di S. Domenico è un’opera manierista, in cui il Ferraro si fa dominare dall’horror vacui, dalla tensione per decorare ogni angolo, seppur minuto, in uno sforzo narrativo che dica il più possibile sulle promesse divine, sulle profezie e sui “tipi” veterotestamentari (le figure anticipatrici del Cristo). Come è stato detto, l’Albero di Jesse, in cui culmina la composizione, è un “capolavoro nel capolavoro”. Ma c’è da chiedersi chi ha elaborato un progetto iconografico così esuberante e dettagliato. Dobbiamo superare la visione anacronistica – e fuorviante dal punto di vista del metodo di lavoro – secondo cui l’artista ha pensato da solo tutto questo. C’è una squadra dietro, composta da molte figure complementari, non solo da Ferraro e dai suoi figli. E in questa squadra ha avuto un ruolo fondamentale il teologo (uno o più di uno) che ha stabilito cosa rappresentare. Se proveremo a comprendere come si muovevano i nostri antenati, ne trarremo spunti per migliorare la nostra terra oggi. Castelvetrano può tornare ad essere la ricca città che è stata e che merita di essere. E questo nel rispetto della pari dignità delle figlie e dei figli di questo angolo di Paradiso.

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