Secondo un recente sondaggio, una buona parte degli inglesi crede che Sherlock Holmes sia realmente esistito e che Sir Arthur Conan Doyle si sia ispirato alla realtà. Forse per questa ragione il Museo di Londra, proprio in questi giorni, dedica al detective più famoso al mondo una mostra dal titolo emblematico: “L’uomo che non ha mai vissuto e che mai morirà. L’esposizione si divide in tre sezioni principali: la prima descrive la Londra di quegli anni, attraverso i luoghi che lo stesso Sherlock Holmes ha ”visitato” durante le sue missioni investigative; la seconda sezione è dedicata agli oggetti della sua vita quotidiana, cioè abiti, accessori, veri e propri reperti storici, ricordi di una vita. La terza sezione infine è dedicata esclusivamente alla figura di Sherlock Holmes, con una raccolta di manoscritti che raccontano la genesi del personaggio nell’ispirazione dell’autore.

A corollario della mostra, sono in programma una serie di eventi, tra cui tour guidati nella città di Londra, partendo dalla celebre palazzina 221B di Baker Street, letture e incontri. La mostra che ha una sezione multimediale ci riporta esattamente nella Londra della fine del XIX secolo, in un atmosfera costruita sul rumore degli zoccoli dei cavalli per le strade lucide dalla pioggia, e illuminate dalla luce opaca dei lampioni a gas, dove ombre vaghe, e minacciose si confondono tra  la fitta nebbia. Molti luoghi della Londra del tempo sono ricostruiti come appunto la residenza ufficiale di Holmes a Baker Street e del fedele dottor Watson. All’epoca di Doyle lì non esisteva alcun edificio perché i numeri civici della strada arrivavano fino all’85. In seguito, in quella strada è stata edificata una palazzina, sede di una società immobiliare che, suo malgrado, diventa meta di pellegrinaggio degli appassionati di Sherlock Holmes, costretta addirittura ad assumere un impiegato che disbrighi la nutrita corrispondenza proveniente da tutto il mondo diretta al noto personaggio.

Sherlock Holmes è famoso sia per il mistero che lo circonda sia per il suo fine metodo di investigazione che viene fissato da lui stesso nel famoso canone holmesiano. A pensarci bene, Sherlock non è un investigatore né un detective. È lo stesso amico Watson a definirlo, elencandone sia le doti sia le lacune. È un botanico che conosce le piante velenose ma non il giardinaggio. È un geologo dilettante, ha una discreta conoscenza dell’anatomia, ma è un ottimo chimico, nonché pugile, spadaccino e schermitore col bastone. Ma Holmes è anche un filosofo-positivista pur non sapendo nulla o quasi di filosofia: impara da ogni crimine, perché ogni espressione umana, anche la peggiore, contiene una lezione. Non a caso, la seconda sezione della mostra londinese è dedicata agli oggetti della sua vita quotidiana: pipa, lente di ingrandimento e berretto da caccia. Reperti storici che provano che il noto detective creato da Sir Arthur Conan Doyle è esistito veramente, acquisendo un’esistenza autonoma che travalica il romanzo e entra con abitudini nuove nell’iconografia e poi a teatro, nel cinema e in tv. “Il suo profilo e gli oggetti che lo caratterizzano sono immediatamente riconoscibili nel mondo intero. Nel regno dei detective fittizi, Sherlock Holmes regna incontrastato”, dice Alex Werner, direttore delle collezioni storiche del museo. L’esposizione rimane aperta al pubblico fino al 12 aprile 2015.

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