E me le chiamate gaffe? – Va bene, lo ammetto. Mi ero perso, nell’ormai lontano 8 luglio 2013, il post su Facebook con cui il deputato grillino Carlo Sibilia si avventurava in un paragone diciamo improponibile. Per non dire odioso, irritante, laicamente blasfemo. Egli scriveva: «Cosa dire di una stampa che oscura il Restitution Day? l’evento più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino?». Testualmente, compreso l’errore di ortografia dopo il punto interrogativo. E mi ero pure perso un altro post, sempre su Facebook, ma datato 23 ottobre 2014, qualche giorno fa. Stavolta il riferimento è all’attacco terroristico al parlamento canadese ad opera di uno squilibrato fanatico islamista, che abbiamo seguito anche qui su Blogtaormina. Il Sibilia “riflette”:«I paesi europei sono in forte difficoltà. Unione incerta e disoccupazione alle stelle. Mezzo mondo è alle prese con analfabetizzazione, fame e malattie. I politici spesso prendono a modello i governi del nord. Norvegia, Usa e Canada. Eppure dov’è che hanno iniziato a sparare i politici…proprio in un paese come il Canada. Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione? La mia solidarietà a chi ha perso la vita nell’attentato». Anche questo testuale, al lordo degli errori di ortografia. Bene, oggi la timeline di Twitter ha pensato bene di ripropormi entrambi questi episodi, che sono stati definiti gaffe. Le chiamano gaffe, ma dietro questa espressione si cela una sorta di giustificazione, una scusante, una specie di “vabbeh, so’ ragazzi”.

Il senso del limite, il senso delle istituzioni – E no, mi dispiace. Perché nel momento in cui i ragazzi entrano in parlamento non sono più ragazzi. Sono parte delle istituzioni, le rappresentano. Quelle stesse istituzioni che un giorno denigrano e il giorno dopo santificano, a seconda della convenienza politica. Ed essendo parte di esse, certe gaffe non se le possono permettere, come non si possono permettere di trasformare il parlamento in circo, asilo nido o baraonda, in base alla trovata del giorno. Non se lo possono permettere i pentastellati come non se lo possono permettere tutti gli altri, sia chiaro. Perché frasi disdicevoli come quella su Falcone e Borsellino non sono degne di un cittadino italiano, facciamoci conto di un deputato della Repubblica, che dello Stato, comunque la pensi, è servitore. Come servitori seri e degni erano proprio Falcone e Borsellino, che lo Stato lo hanno servito fino a saltare in aria.

Dimettersi no, eh? – La cosa che lascia ancor più esterrefatti, se è il caso, è la data di quel post (poi cancellato causa polemiche): 8 luglio 2013. Ciò significa che un anno e mezzo dopo Carlo Sibilia è ancora seduto tra i banchi del parlamento. Riconosce a se stesso la dignità di poterci stare seduto lì. E non si sogna di dimettersi, tra una mozione di sfiducia e un’altra a un ministro con motivazioni che, al confronto di quelle che si avrebbero da addurre contro di lui, sanno di ridicolo. Ma non pago di questo si lascia andare a un’altra “gaffe”, come quella sull’attentatore del Canada: «Un pazzo o uno che ha ritrovato la ragione?». Cioè Michael Zehaf-Bibeau, innesca il dubbio Sibilia, potrebbe anche aver ucciso e tentato di uccidere per una qualche ragione positiva e lodevole contro il mostro occidentale, portatore di scie chimiche e “gomblotti” filomassonici che arrivano persino a installarci dei chip sotto pelle.

Fatemi scendere – E’ inaccettabile la superficialità con cui oggi si distribuiscono parole, come fossero caramelle alle giostre. Ed è tanto più inaccettabile se a farlo sono membri delle istituzioni. Che, per carità, sono specchio della società e se la società non più è in grado di dare valore alle parole, forse non possiamo nemmeno pretendere che lo facciano i suoi rappresentanti. La velocità e la quantità estrema della comunicazione hanno tolto valore al pensiero e questo ha tolto valore al senso racchiuso nelle parole. Si parla senza pensare e soprattutto si scrive senza pensare, soprattutto sui social network. Pensiamo anche al vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri e al suo utilizzo ripugnante di Twitter. Per un politico, che dovrebbe avere almeno una parvenza di serietà e di credibilità, questo è inammissibile. Il fatto di scrivere un post su Facebook o un tweet non implica che si possa esprimere impunemente ogni scemenza che passa per il cervello. Con superficialità.

Senso di responsabilità cercasi – E non occorre recuperare solo il senso delle parole, occorre recuperare anche il senso di responsabilità. Perché se scrivi una cosa indegna della carica che ricopri, te ne assumi le responsabilità e ti dimetti, te ne vai. Senza accampare scuse, fraintendimenti o ulteriori idiozie. Ormai l’hai scritto, l’hai scritto senza pensare a cosa stavi facendo o pensando che tanto sei un deputato, un deputato grillino che quelle cose può permettersele, perché tanto sei grillino e i grillini sono così. So’ ragazzi. No, caro Onorevole Sibilia, tu non sei un ragazzo, tu sei un’istituzione e un’istituzione ci pensa dieci volte a quello che fa e a quello che dice. Perché un’istituzione è responsabile. E se tu responsabile non lo sei, non devi avere l’opportunità di mettere in scena una qualsiasi altra “gaffe”.

© Riproduzione Riservata

Commenti