Mollo tutto e vado a combattere l’Isis – Mentre nell’amministrazione Obama si sfoglia la margherita recitando il mantra “armare o non armare, addestrare o non addestrare”, c’è chi dalle scelte degli States non è stato soddisfatto e ha deciso di intervenire in prima persona nella guerra contro l’Isis. Si tratta di Jordan Matson, ex soldato americano che ha fatto una vera e propria scelta di vita. “Ho lasciato la mia ragazza ed ho smesso di cercare lavoro” – avrebbe detto Jordan a un amico. Così il 16 settembre è partito alla volta della Turchia, dove è stato accolto dai suoi contatti, che lo hanno portato a Rojava, enclave curda nel nord della Siria, sul fronte della guerra agli jihadisti.

Le ragioni di una scelta di vita – “Ho deciso di venire qui perché vedevo persone indifese che venivano uccise. E il mio Paese non ha fatto nulla per molti anni. Mi rendevo conto di quanto fosse brutto non intervenire, così ho deciso di venire qui per fare qualcosa per questa gente” – ha spiegato Matson a Ronaha Tv. Ma non è solo questo il motivo, perché Jordan ne porta almeno altri due. Uno è legato a se stesso e al suo passato. Lui che si sente militare dentro e che, quando militare lo è stato tra le fila Usa, per oltre due anni, non ha mai combattuto, non ha mai visto un’azione, un campo di battaglia. Allora nella guerra all’Isis ha trovato la svolta e la lampadina gli si è accesa – racconta – dopo che i miliziani di al-Baghdadi hanno conquistato Mosul, seconda città irachena per grandezza. Qui risiede il secondo motivo della sua scelta: «Mi risuonavano nella mente tutti quei fratelli americani che sono morti per dare una democrazia a questo Paese. E non potevo stare in pace con me stesso lasciando che questo Paese cadesse e che tutte le vite dei miei fratelli americani fossero state perse per nulla». Parla dell’Iraq, anche se lui è invece andato a combattere in Siria. Non li distingue, un po’ come fanno gli stessi jihadisti, che Iraq e Siria non li separano più, vedendoci solo lo Stato Islamico.

Da recluta a reclutante – Voleva entrare in azione Jordan, e a Rojava l’ha fatto subito: dopo due giorni dal suo arrivo è stato ferito dalle schegge di un colpo di mortaio durante un conflitto a fuoco con i miliziani dell’Isis. Questo, però, non ha ferito la sua volontà, non gli ha fatto cambiare idea. Anzi, nel periodo di riposo forzato Matson ha ripreso in mano lo strumento che lo ha portato in Siria: Facebook. Lì ha scoperto l’esistenza di Ypg, il gruppo di combattenti curdi che sta difendendo il Kurdistan siriano, e da lì recluta altri combattenti “di lingua inglese” che vogliano unirsi a lui nella guerra all’Isis. “Voglio tenervi aggiornati – si legge nel suo ultimo status Facebook, datato 23 ottobre -, I Leoni di Rojava (il gruppo locale di Ypg, ndr) sono sommersi di lettere e stanno cercando di coinvolgere altri membri di Ypg che parlino inglese, in modo da adeguarsi al carico di lavoro. Scusate per il ritardo nelle risposte, ma stanno cercando di fare quello che possono per soddisfare le vostre speranze di mettervi in viaggio. Dato che ci vogliono alcuni giorni per ottenere una risposta, fate in modo che il vostro messaggio colpisca. Inoltre, vi verremo a prendere nella località che vi sarà indicata, è un viaggio sicuro, tutto all’interno del territorio curdo. Spero di vedervi presto, fratelli”.

Jordan Matson è l’unico Jordan Matson? – Già, perché Jordan pare che non sia già l’unico americano ad essere lì, in mezzo ai combattenti curdi. Anche se la presenza di altri ex militari a stelle e strisce tra le fila dei peshmerga non è confermata. A differenza di quella di Jordan. Un bel problema, in ogni caso, per gli Stati Uniti, che potrebbero vedere altri suoi cittadini andare a combattere al fianco di un’organizzazione omologa e alleata a quel Pkk che gli States considerano formazione terroristica. Gli alti ufficiali dell’avvocatura militare di Obama si sono affrettati a dichiarare che gli americani che combattono coi curdi sono considerati alla stregua di quelli che combattono coi miliziani dello Stato Islamico. Ma a Jordan questo non importa, per lui “è un sogno che si realizza poter combattere contro l’Isis”.

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