La discriminazione di genere si manifesta anche nell’uso maschile della lingua e nel modo in cui delle donne si parla e si scrive. La rete italiana delle giornaliste si fa parte attiva per la promozione del corretto uso del linguaggio di genere e organizza, il 3 novembre nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Palermo, un convegno sul tema, appunto, “Parlare e scrivere il femminile, donne linguaggio e media”. Tra i relatori Alessandra Mancuso, giornalista Tg1 e presidente di Giulia Rete italiana giornaliste; Graziella Priulla, sociologa dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Catania, Mari D’Agostino, docente di Linguistica Italiana dell’Università di Palermo e Pina Mandolfo del Comitato piùdonnepiùpalermo. Al centro del convegno due recenti pubblicazioni:  “Donne, grammatica e media” voluto dalla rete delle giornaliste Giulia e scritto dalla linguista Cecilia Robustelli, testo pensato per colmare una lacuna nell’uso del linguaggio comune.

Ripartendo dalle regole della grammatica, il manuale contiene alcune importanti proposte operative utili a far superare dubbi e perplessità circa l’adozione del genere femminile nel parlare comune e in quello istituzionale. Il libro vuole essere una guida per chiunque e vuole aiutare a  un uso corretto del linguaggio. La cultura in Italia, cambia si evolve, ma la lingua, come spiega Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca nella prefazione, continua a trasmettere una visione della vita piena di ambiguità grammaticali e semantiche verso le donne. Un principio androcentrico ha regolato per secoli  la nostra lingua e per secoli l’uomo è stato il parametro intorno a cui si è organizzato l’universo linguistico. Soltanto in tempi recenti si è cominciato a porre il problema di un adeguamento del lessico e del linguaggio della comunicazione alla posizione della donna nella società.

E’ un problema di mentalità e di cultura e dunque se il femminile esiste, usiamolo. E “Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo” di Graziella Priulla (Settenove, 2014) che indaga il maschilismo del linguaggio in Italia, sia nella vita istituzionale che in  quella del quotidiano. Leggo nel comunicato stampa: “Protagonisti assoluti del turpiloquio sono i commenti e insulti di stampo sessista e razzista”. L’italiano medio non ci fa più caso ma l’Huffington Post dichiara, incredulo, nel 2013: “I commenti sessisti in Italia sono parte della vita quotidiana, sono considerati non solo pienamente accettati ma perfino divertenti”. Pochi anni prima il rapporto Donne e Media in Europa, definiva l’Italia un “Paese in resistenza”, in cui la rappresentazione stereotipata è considerata un tratto antropologico così radicato che non si pensa possa essere contrastato con politiche “evolutive”. Il linguaggio fa la sua parte, ed è anche per il suo tramite che vengono gettate le basi per la costruzione di situazioni di disparità e di relazioni di prevaricazione nella vita quotidiana.

 

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