« … E’ stata tutta una vita di sacrifici e di gelo!! Così si fa il teatro. Così ho fatto! ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l’ho pagato; anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato». Sarà un segno del destino, ma queste parole il grande Eduardo De Filippo le pronunciò a Taormina, che sicuramente è uno dei primi teatri in assoluto del territorio italico. Un teatro che per la semplice restituzione delle onde sonore studiate dagli antichi, trasmette a ogni attore vibrazioni arricchite dal rapporto con la parte più umana del teatro: il pubblico.

Toni Servillo, attore di lunga esperienza che sembra un prolungamento ideale di De Filippo, pure ha calcato le scene del Teatro antico di Taormina, per ritirare premi e certificazioni di merito per il suo lungo lavoro. E ancora oggi a pochi passi dal trentennio della scomparsa di uno dei più grandi autori di teatro, ricollega il suo nome al teatro di De Filippo che ha proprio la caratteristica fondamentale di superare l’asetticità del teatro più moderno e che trova una più vera dimensione proprio nel rapporto con il pubblico. Eduardo, infatti, sulla scia di un altro strepitoso interprete del nostro fare teatro, Pirandello, ha sempre inteso completare il suo lavoro nella chiusura del cerchio magico che dal pubblico parte e al pubblico ritorna, in una sorta di continua cucitura di quel dialogo che deve esistere. Come memorabile rimane  ”Sei personaggi in  cerca d’autore” con lo spostamento del palcoscenico tra il  pubblico,  così memorabile rimane la tazza di caffè di Eduardo preparata dialogando con gli spettatori.

La commedia che ritorna, pur sempre intrisa di quel tragico, che nei nostri autori riesce a trasparire solo attraverso la risata, l’ironia e il senso del comico, per provare a ricucire il vuoto del silenzio è “Le voci di dentro”. Ancora due fratelli. Sul palco del S. Ferdinando di Napoli, ritornano da mercoledì 29 ottobre fino a domenica 9 novembre Tony Servillo che ne è anche il regista e il fratello Peppe. Con questo lavoro che inaugura la Stagione 2014/2015 del Teatro Stabile partenopeo, si torna a celebrare la figura di Eduardo, che continua ad affascinare anche i giovani. In quest’opera che forse è una delle più “amare”  di De Filippo, ritorna il tema dell’ambiguo rapporto tra il sogno e la realtà. Trionfa l’idea dell’incomunicabilità, del silenzio come forma di difesa verso un mondo che nei casi migliori fa solo finta di ascoltarti. Per simboleggiare questa incomunicabilità, Eduardo tratteggiò uno dei personaggi più singolari del teatro e della cultura mondiale, Zi Nicola, il quale prigioniero di un silenzio scelto per la disillusione riguardo a tutte le cose umane, trova come forma espressiva lo sparo di petardi. Questo strano codice Morse è la metafora dolorosa di una scelta di non parlare e di una impossibilità di farlo, il che rappresenta anche una denuncia  collegata alla pratica della censura dei tempi in cui redigeva quei lavori, di cui sempre il teatro è stato un inesausto avversario.

Esiste una gustosa testimonianza di Camilleri che si occupò della direzione delle registrazioni televisive delle commedie di De Filippo, ed è un episodio in cui il Camilleri era stato pregato di far togliere a De Filippo una battuta, che metteva in ridicolo le figure dei ministri e dei segretari del governo. Camilleri che vedeva il commediografo con un aura sacrale, e infatti dichiara tutt’ora di avere imparato più da lui in poche settimane, che in diversi anni di Accademia, non aveva il coraggio di dirglielo. Ma a toglierlo da quell’imbarazzo fu proprio Eduardo, che, avendo capito dall’espressione della faccia del direttore Camilleri il profondo disagio di fronte a quella battuta, ne propose a sua volta il taglio. Eduardo non ebbe mai un grande rapporto con la televisione, che con grande intuizione riteneva cecata, cieca, cioè con un solo occhio a disposizione, quello del regista che è l’unico a scegliere il punto di vista. Il teatro invece è l’eterno rapporto con il pubblico di cui percepisce i rumori, gli umori e attraverso il quale di fondo  si completa l’opera.

Del filo conduttore di questa commedia vive una traccia collegata a tante delle scelte cinematografiche che Servillo sembra aver fatto, perché molti dei personaggi da lui interpretati hanno una stretta parentela con la ricerca di una solitudine “alta”, non come rifiuto dell’umanità ma come asserzione della consapevolezza di essere in possesso di un linguaggio  forse troppo profondo per essere a tutti comprensibile. Così anche in “Rasoi”, prova di insieme di diversi registi, in cui novello Sisifo, da sindaco di Napoli, in un episodio, arranca la salita di un crinale del Vesuvio. Dialogando con un corvo, loquace e ironico e incontra tanti personaggi simboli di un mondo trasformato e deludente, mentre lui prova a mantenersi estraneo alle meschine vicende del mondo. Sullo sfondo di un’Italia che ancora vive le nevrosi,  le illusioni e le difficoltà quotidiane del tirare a campare, per combattere l’ipocrisia e un abbrutimento sociale e culturale torna il 29 al S. Ferdinando l’ennesima prima de “ Le voci di dentro”.

© Riproduzione Riservata

Commenti