Il futuro della letteratura è donna e la nuova proposta di Sonzogno lo dimostra: Bittersweet, la nuova collana diretta da Irene Bignardi, è una collana dalle donne, sulle donne, per le donne. “Una collana, che non ho cercato ma che mi è venuta incontro mentre ero alla ricerca di una lettura “facile” e intelligente, rovistando nella vecchia biblioteca di famiglia, negli scaffali della nonna e della mamma. Una collana di libri che ci parla del passato recente, della nostra storia di persone, con lo charme di una scrittura apparentemente semplice. Letture scelte per il puro piacere di leggere” dice la Bignardi, giornalista, esperta di cinema e letteratura.

Bittersweet propone storie ad alto contenuto umano. Storie che a leggerle ci lasciano con il ricordo di un pensiero, di una problematica, di un’epoca: l’inizio del Novecento, le rivoluzioni sociali, i cambiamenti irreversibili del costume. Una collana di libri pensati, scritti e recuperati per coinvolgere il lettore, con uno stile diretto e coinvolgente, appassionante e appassionato, popolare e “facile”, che aggirando il pur prezioso apporto del romanzo modernista, si muove lungo le strade del piacere di raccontare e, specularmente, di leggere. Bittersweet, amaro e dolce come la condizione femminile. I primi due titoli della collana, già in libreria dal 15 ottobre: La garçonne di Victor Margueritte, scandaloso ritratto di ragazza maschiaccio è uno dei grandi bestseller dell’età del jazz. Se le donne hanno cominciato a portare il taglio “à la garçonne” è grazie a questo romanzo. La garçonne – il cui titolo definiva una categoria umana, le giovani spregiudicate, che passerà alla storia del costume – racconta con franchezza di linguaggio la storia di Monique, ragazza della buona società parigina che, alla vigilia del matrimonio, scopre che il futuro marito ha un’amante. Umiliata, si vendica e decide di prendere in mano il suo destino e i suoi amori.

Curiosa di tutto, Monique cercherà occasioni libertine per emanciparsi, proverà esperienze diverse, sia con donne sia con uomini, che considera “strumenti di piacere”. La garçonne vendette solo in Francia 750.000 copie, somma esorbitante per l’epoca, e ispirò ben quattro film, uno dei quali vide il debutto di Édith Piaf. La Matriarca di Gladys Bronwyn Stern, sottile umorismo ebraico nel racconto di una energica Yiddish Mame e della sua esplosiva tribù nella Londra dei primi anni del Novecento. Paragonato ai Buddenbrook di Thomas Mann, ma tanto più scanzonato e allegro, La Matriarca narra l’ascesa e il declino della famiglia Rakonitz, ebrei cosmopoliti che hanno girovagato per l’Europa prima di stabilirsi a Londra. La loro numerosissima tribù ruota attorno ad Anastasia, la Matriarca. È lei che comanda tra le mura di casa e sovrintende al destino di fratelli, figli, cugini, nipoti, per non parlare delle sventurate nuore. Per un secolo intero, dalle campagne napoleoniche alla prima guerra mondiale, è tutto un susseguirsi di matrimoni e bar mitzvà, amori e disincanti, guadagni e fallimenti.

Pagina dopo pagina, nel tono tipico dell’umorismo ebraico, capace di sorridere anche in mezzo alle tragedie, si procede al ritmo incalzante della vita. Negli anni Venti e Trenta Stern aveva il suo bel posto nell’élite letteraria londinese, era amica di tutti quelli che contavano. Aveva ottenuto un successo precoce, a soli ventuno anni. Vennero in seguito dozzine di romanzi, testi per il teatro, brevi racconti, e fu perfino ingaggiata come sceneggiatrice a Hollywood. A quarant’anni dalla sua morte, di quella brillante produzione non si trovava in commercio più niente. Finché La Matriarca, il suo romanzo più famoso, è rispuntato nel 2013 sugli scaffali della più antica libreria di Londra, la Daunt Books, che lo ha ripubblicato con il proprio marchio, offrendogli una seconda vita. In Italia viene proposto per la prima volta da Sonzogno.

Il primo titolo del 2015 della nuova collana Sonzogno a febbraio in libreria: Questo indomito cuore di Pearl Sydenstricke Buck, Premio Pulitzer e prima donna americana a essere insignita del Premio Nobel per la letteratura. Fra i romanzi di Pearl S. Buck, uno de più belli. Non solo per la scrittura, come sempre a livelli altissimi, e per la splendida capacità di entrare nel cuore dei personaggi, soprattutto di quelli femminili, ma anche per come questa grande autrice ci immerge nella comprensione del mondo. Anche i personaggi secondari diventano vivi, con pochi tratti che li animano; e la vicenda umana diventa riflessione sul significato dell’arte. Questa è la storia di una bambina, poi ragazza, poi donna, che è sempre stata diversa da chiunque altro; e che nel percorso della sua vita arriva a comprendere a pieno se stessa e il senso stesso della sua esistenza. Bittersweet presenta un mondo di scoperte, riscoperte, rivalutazioni di importanti autrici. Il ritorno a vecchi amori letterari che, settanta, ottant’anni dopo, mettono in luce nuovi aspetti della loro personalità, propongono un talento narrativo prepotente non ancora pienamente riconosciuto, svelano una scrittura al femminile, non sofisticata come quella di Virginia Woolf ma ugualmente avvincente, acuta, sottile e a volte poderosa. Bittersweet mette a confronto anche la lingua e la sensibilità con cui gli uomini parlano delle donne e per bocca delle donne, appropriandosi della loro esperienza.

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