In una gremita conferenza stampa a Cà Giustinian a Venezia, Okwui Enwezor, il direttore della 56esima Biennale d’Arti Visive, ha presentato la nuova manifestazione annunciandone il tema che accompagnerà gli artisti in una nuova riflessione sul loro rapporto con l’arte, allo stato attuale delle cose. “All the world’s future”, Tutti i futuri del mondo. E’ questo il tema che il critico d’arte e curatore di origine nigeriana, ha scelto per questa nuova edizione cui parteciperanno 53 Paesi da tutto il mondo, dal 9 maggio al 22 novembre 2015 ai Giardini e all’Arsenale oltre che in vari luoghi della città lagunare. Tutti i futuri possibili del mondo, o tutti i futuri dei mondi possibili si potrebbe aggiungere, in questo tentativo che opereranno tutti gli artisti, di rendere più o meno comprensibili i cambiamenti e le relative inquietudini create dal formarsi di nuovi scenari.

«Le fratture che oggi ci circondano e che abbondano in ogni angolo del panorama mondiale, rievocano le macerie evanescenti di precedenti catastrofi, accumulatesi ai piedi dell’angelo nella storia dell’Angelus Novus». – ha detto Enwezor, presentando la manifestazione, assieme a Paolo Baratta, il presidente della Biennale – «Come fare per afferrare appieno l’inquietudine dei nostro tempo, renderla comprensibile, esaminarla e articolarla? I cambiamenti radicali verificatisi nel corso degli ultimi due secoli hanno prodotto nuovi e affascinanti spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori e musicisti. Ed è riconoscendo tale condizione che la 56esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia propone All the World’s Futures, un progetto dedicato a una nuova valutazione della relazione tra l’arte e gli artisti nell’attuale stato delle cose.»

Questa volta, cosa che sembra andare incontro alle reali esigenze di un’arte frammentatasi in mille rivoli esperienziali, che pure portano in ogni goccia il senso compiuto del viaggio dell’uomo, invece di inscriversi sotto la riflessione di un unico tema onnicomprensivo, le ricerche faranno inoltrare lo sguardo attraverso nuovi “filtri”, colorati con le parole di altri punti di vista caratterizzanti, ripensando l’idea di una “esposizione come palcoscenico nella quale verranno esplorati progetti storici e antistorici”. I tre principali sotto-temi saranno la “Vitalità: sulla durata epica”, che si occuperà delle dinamiche e della logica dello svolgimento. Lo spazio diventerà un luogo d’incontro e di fruizione con le opere realizzate appositamente per la 56esima edizione; il secondo “Il giardino del disordine”, che sarà collocato proprio nei Giardini e nel Padiglione Centrale, alle Corderie e al Giardino delle Vergini dell’arsenale, utilizzerà come una metafora lo spazio e il tempo di quei luoghi per elaborare nuove sculture, film, installazioni o performance che partono dal concetto del giardino ; «Non è la prima volta», ha affermato Baratta – «che una mostra ha davanti a sé un mondo fatto di insicurezze e turbolenze mentre il “giardino del mondo” ci appare un giardino non ordinato, ma non è neppure la prima volta che a una realtà complessa una mostra reagisca con entusiasmo ed energia vitale come fa questa che ci accingiamo a realizzare». In ogni caso l’idea del giardino è il segno dell’uomo che prova a mettere ordine nell’universo delle cose e della percezione; il terzo sarà “Il Capitale: una lettura dal vivo”, e sarà un programma di letture dal vivo ispirate a Marx.

Panorama decisamente interessante che promette oltre agli sguardi di riflessione degli artisti un avvicinamento al mondo reale dell’arte e non al sistema, esaltando una delle caratteristiche della Biennale che non può ridursi a una mostra mercato con un aggiornamento più o meno puntuale, e senza prese di posizione, dell’elenco degli artisti. Di elenchi, di libri, cataloghi, e di fiere dell’arte ne abbiamo già abbastanza. Servirebbe il posizionamento di una luce guida nel mare della complessità della percezione. Il mondo pare sciogliersi su un baratro di disordini, insicurezze e turbolenze, e sul fondo dell’apparenza delle cose deve esistere un faro che pure senza condurre in nessun luogo almeno indichi la direzione. Gocce nel mare, granelli di sabbia quindi, che non sia proprio un principio olistico a dire l’unità e il senso dell’arte? Chiudiamo con le parole di Baratta che un poco definiscono l’idea della manifestazione: «Oggi, di fronte ai pericoli di scivolamenti conformistici verso il noto, il consueto e il sicuro, l’abbiamo denominata (la biennale ndr) la “Macchina del desiderio”. Mantenere alto il desiderio di arte. A sua volta, desiderare l’arte è riconoscerne la necessità. È, cioè, riconoscere come necessità primaria e primordiale l’impulso dell’uomo a dare forma sensibile alle utopie, alle ossessioni, alle ansie, ai desideri, al mondo ultra sensibile».

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