La delibera delle Egadi – Proseguono le polemiche sulle possibili trivellazioni nel Canale di Sicilia. Dopo le proteste degli ultimi giorni, l’amministrazione comunale delle Egadi ha ribadito il proprio “no” alle trivellazioni nel Canale di Sicilia e l’ha fatto approvando una delibera, da parte della giunta municipale, che recepisce quanto predisposto dalla sezione siciliana dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani. L’amministrazione comunale delle Egadi si è mossa anche per difendere l’Area marina protetta “Isole Egadi”, la più estesa d’Europa e già classificata “sito di importanza comunitaria” e “zona di protezione speciale”.  La giunta delle Egadi ha evidenziato che al momento, solo nel mare di Sicilia, «risultano in avanzata fase autorizzativa ben quindici nuovi pozzi. I permessi di ricerca in vigore sono cinque, dieci le richieste di permesso avanzate per altri 4 mila chilometri quadrati e due le richieste di prospezione petrolifera per più di 6000 chilometri quadrati». La paura, di amministratori e molti cittadini, è che il mare blu dell’isola diventi meno trasparente e pulito.

La società Schlumberger ridimensiona l’impatto ambientale – Un rischio reale, secondo l’associazione “Natura sicula” che ha criticato il decreto Sblocca Italia del governo di Matteo Renzi e in particolar modo chiede di abrogare l’articolo 38 che avrebbe un impatto diretto sui territori e sul mare della Sicilia. Queste norme, dal punto di vista dell’associazione, condannano «il Belpaese all’arretratezza di un’economia basata sul consumo intensivo di risorse non rinnovabili e concentrata in poche mani. È un vero e proprio assalto finale delle trivelle a un mare che fa vivere milioni di persone con il turismo e la pesca». Non è dello stesso parere la società Schlumberger (azienda che fa parte di Schlumberger Oilfield Services, la più grande compagnia al mondo di servizi per le società petrolifere, leader nella fornitura di servizi tecnologici e soluzioni all’industria petrolifera mondiale), che in questi giorni ha diramato un comunicato sulle proprie valutazioni di impatto ambientale e ha ridimensionato qualsiasi rischio.

La battaglia di Greenpeace – Non è d’accordo Greenpeace, che con la nave Rainbow Warrior ha messo in luce il rischio e l’improduttività di una campagna di trivellazioni a mare: «Qualcuno ha deciso che le trivelle sono il futuro del nostro mare: dobbiamo estrarre fino all’ultima goccia di idrocarburi. Secondo le stime del Ministero dello Sviluppo Economico si tratta di poca roba, qualche mese dei nostri consumi nazionali, ma per qualcuno ne vale la pena: un regime fiscale favorevole alle imprese prevede, infatti, royalties tra le più basse al mondo. Così facendo verrà rallentata però quella “rivoluzione energetica” di cui abbiamo disperatamente bisogno per salvare il clima del Pianeta (e i nostri figli da cataclismi che faranno impallidire il ricordo di quello che, purtroppo, sta già succedendo) e il nostro Paese dal collasso economico. La rivoluzione energetica è necessaria per rilanciare economia e occupazione: sviluppo, in altre parole, ma non nella direzione che piace ai padroni del petrolio. Che per grattare il fondo del barile sono disposti a tutto». Greenpeace, tramite un rapporto dettagliato, punta il dito contro la società Schlumberger: «Schlumberger ha intenzione di effettuare acquisizioni sismiche in due aree dello Stretto di Sicilia, una tra Capo Passero e Malta, l’altra tra Malta e Pantelleria. La superficie complessiva di queste aree è di 6.318 chilometri quadri: molto di più della superficie delle province di Siracusa, Ragusa e Caltanissetta messe assieme, appena 5.851 chilometri quadri».

 

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