Siamo alla ricerca di nuovi paradigmi. Economici, di vita, di espressione, e di socializzazione. I linguaggi dell’umano si fanno sempre più digitali e il tempo si contrae nelle immagini che acquistano sempre più importanza nel trasporto di significati. Con un analisi anche abbastanza superficiale su un piano antropologico, si può supporre con un po’ di certezza che alcuni degli archetipi fondamentali si siano resi condivisibili attraverso i simboli. La riproducibilità delle immagini ha portato nel sistema evolutivo del sapere un balzo in avanti che può essere paragonato solo alla diffusione del linguaggio. L’ulteriore salto in avanti è rappresentato dall’introduzione del digitale che ci ha trasportati in un futuro che pochi decenni fa non riuscivamo ad immaginare se non come scenari di fantascientifiche supposizioni. Mentre i soldati della prima grande guerra affidavano le proprie sensazioni e i propri ricordi a delle lettere che non sapevano nemmeno se sarebbero mai arrivate, oggi vedere il sorriso di un nipotino, per un nonno anche non eccessivamente tecnologico è questione di pochi minuti, se non di secondi.

Così come l’arte pittorica è stata ridimensionata dall’arrivo della fotografia, allo stesso modo la fotografia viene ridimensionata dalla sua stessa evoluzione digitale. Ormai anche la telefonia vede la trasmissione di immagini video come qualcosa già da superare, perché sono allo studio telefonini in grado di trasmettere immagini olografiche in grado di proiettare nello spazio le figure delle persone con cui si dialoga. Prospettive per niente da fantascienza visti i rapidissimi progressi della scienza cui ci ha abituato il secolo passato che ha visto galoppare lo sviluppo tecnologico all’ennesima potenza. La morte della pittura in realtà non è avvenuta. Si è verificata una strana dinamica di democratizzazione del processo. La semplicità con cui è possibile procurarsi dei colori, dei pennelli e una tela ha portato la produzione di immagini a diventare un processo alla portata di tutti. Anche l’arte è diventata una sorta di selfie, un arte fai da te. Al di là dei risultati, la stessa cosa sta avvenendo per la fotografia. Non solo non è morta ma anzi è diventata vivissima e con l’avvento del digitale può scattare foto accettabili dal punto di vista tecnico anche un bambino.

La fotografia sarà seppellita da migliaia di selfie? Questa è la domanda che sottende alla stesura di un libro interessante pubblicato da Contrasto in doppia edizione, in italiano e inglese (per il mercato americano), curato da Alessandra Mauro direttore artistico di Forma, la Fondazione Internazionale per la Fotografia di Milano, e direttore editoriale di “Contrasto”. Lei è dell’avviso che la fotografia non sarà affatto seppellita dai selfie, ma molto probabilmente prenderà la stessa strada che hanno preso le immagini della pittura che negli anni trenta si sono spostate in mezzo alla gente con i “murales”. La Mauro ha preso in considerazione 11 casi dalla nascita della fotografia fino al 2000. Casi in cui la foto esplode come linguaggio. Ha cercato delle mostre che rappresentassero dei punti di svolta nel mondo delle esposizioni fotografiche. Non troveremmo quindi quelle di Cartier-Bresson perché le sue mostre rappresentano le maniere più tradizionali di esporre immagini fotografiche.

Ecco dunque, partendo dai dagherrotipi, la prima mostra fotografica a Parigi nell’agosto del 1839, le esposizioni in saloni di aste per scopi benefici con le foto sistemate in quadreria, la prima grande esposizione universale al Crystal Palace di Londra nel 1851, fino alla mostra del 2001 ‘Here is New York’ sull’11 settembre. Nel libro anche la mostra del 1955 ‘The family of man’ al MoMa di New York che nel 1955 ha battuto tutti i record di pubblico del Museo per le esposizioni di arte contemporanea. «Una mostra sociale, un po’ retorica, » – dice Alessandra Mauro – «che dopo la guerra raccontava come il mondo sia vario e grande ma come noi facciamo tutti parte della stessa famiglia». E poi ancora : «La nuova via, sempre più virtuale, digitale, è stata aperta “dalle immagini dell’11 settembre esposte in “Here is New York”, che servivano per elaborare il lutto attraverso le foto, in una specie di riconoscimento e condivisione simile a quello che succede con i social network. E, il massimo del virtuale porterà a una ricerca di maggior contatto umano. Come con la musica: meno negozi di dischi ma più concerti”.

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