Che Martone fosse a suo modo un poeta innamorato di Leopardi si era capito perché già nel 2011 aveva messo in scena Le operette morali del poeta di Recanati, e la sua capacità di entrare in empatia con i versi di Leopardi e la conseguente grandezza di restituzione al pubblico dei legami del poeta con la nostra contemporaneità, lo avevano portato a conseguire la laurea honoris causa in “Linguaggi dello Spettacolo del Cinema e dei Media” presso l’Università di Calabria, e il “Premio leopardiano La Ginestra”. L’anno dopo aveva annunciato la realizzazione di un film dedicato alla vita del poeta, e il primo settembre scorso il film è stato presentato al Festival di Venezia, “Il giovane favoloso”, riscuotendo un notevole successo di pubblico e di critica, e in questi giorni è nelle sale cinematografiche.

L’amore per la poesia e per l’autore, e la profonda conoscenza delle sue opere alla fine lo ha condotto alla scrittura di un film i cui testi sembrano quasi nati insieme alle poesie immortali che lo hanno reso famoso. Per questa sensibilità si sente dappertutto la poesia. E si sente dappertutto un romanticismo che in realtà il nostro paese non ha mai avuto. Un romanticismo che alterna le luci e le ombre con la sapiente fotografia di Renato Berta, il quale, con uno stile tra il dark e il melodramma, che deriva dalle esperienze teatrali del cineasta napoletano, rende affascinante il semplice svolazzo di un mantello. Un romanticismo che l’Italia non ha mai avuto in maniera completa perché i grandi di quel periodo non lo erano in maniera profonda. Manzoni scriveva in maniera romantica di cose classiche e Leopardi scriveva in maniera classica di cose decisamente romantiche.

Qui però c’è tutto lo “sconvolgimento e l’impeto” del romanticismo tedesco. Di fondo la furia leopardiana è una furia concettuale che si rivolta e si estende al corpo, una rivolta forse ad uno dei maggiori drammi dell’umano, cioè una capacità immaginativa che non corrisponde alle capacità del corpo. L’uomo sembra in grado di inventare mondi, di strutturare universi con il solo ausilio della propria mente, ma finisce per sentirsi schiavo della sua natura “matrigna” perché di tale proprietà immaginifica il corpo non riesce a tenere il passo. La sua mente spazia ma la casa è una prigione: legge di tutto, ma l’universo è fuori. Ed è da questa furia che nascono frasi del film come «Io odio questa prudenza che rende impossibile ogni grande azione, padre». Un padre che lo fa crescere sotto il suo sguardo severo e implacabile.

Il bambino prodigio vive da prigioniero in una casa biblioteca. Così in una trama, che vede la sua vita quasi come un piccolo spunto, mentre in Europa il mondo cambia e scoppiano grandi rivoluzioni, il giovane Leopardi soffre disperatamente per la mancanza di un esterno che nella sua mente è già da tempo oltre la siepe, nell’immenso dell’universo. Lascia finalmente Recanati a ventiquattro anni, quando l’alta società italiana gli aprirebbe volentieri le porte, ma il genio ribelle fugge prima a Firenze, coinvolto in un triangolo sentimentale con Antonio Ranieri, l’amico napoletano con cui convive da bohémien, e la bella Fanny. «Io non ho bisogno di stima o di gloria o di altre cose simili». – dice – «Io ho bisogno di amore, di entusiasmo, di fuoco, di vita». Forse è a caccia di fuoco e di vita che poi si spinge a Napoli con Ranieri dove vive lo spettacolo disperato e vitale della città plebea.  Poi scoppia il colera e Giacomo e Ranieri compiono l’ultimo pezzo del loro lungo viaggio, verso una villa immersa nella campagna sotto il Vesuvio.

Questa furia interna ed esterna al suo essere, viene scritta cinematograficamente da una macchina che quasi gli volteggia intorno, cercando di bloccare a tratti i lampi di genio, misti a riflessioni di filosofica follia che lo avvicinano molto all’altro genio tratteggiato dal regista partenopeo, il Renato Caccioppoli di “ Morte di un matematico napoletano”. Una macchina da presa che lo insegue e quando si ferma lo fa in una dimensione quasi onirica, surrealistica e visionaria. A tratti sfiorando le atmosfere di un film fantasy, e forse questa era l’unica maniera per personificare le visioni poetiche di una donna che era le tante donne che fluenti e provocanti danzavano nella mente dell’uomo Leopardi e nel film si alternano nelle soggettive delle varie prostitute, e di cui si sente la potenza fisica dentro battiti del cuore che salgono insieme alla luce e al calore della pellicola. È pura fantasia poetica la figura di questo gobbo romantico cui non basta una testa reclinata per contenere la furia e l’energia di un ragazzo che continua a spingere la mente oltre l’orizzonte.

Era una sfida che sembrava proibitiva e che ha lasciato tutti con dei dubbi all’annuncio del 2012, circa la possibilità di una resa cinematografica così impegnativa. Martone sembra esserci riuscito.

Una storia di genio, sofferenze, poesia, amori e avventure. Nello spirito di una gioventù che fugge dal giovane favoloso lasciandolo con un artistica e poetica certezza «Sicchè non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita».

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