Il Duomo di Taormina
Il Duomo, Foto di Andrea Jakomin/Blogtaormina ©2014

La chiesa-fortezza – L’edificio sacro, detto Duomo, fa parte delle costruzioni medievali taorminesi e nell’aspetto esterno, mantiene i caratteri dell’architettura romanico-gotica siciliana. La prima cattedrale di Taormina, in verità, è stata l’ex chiesa di S. Francesco di Paola dove il vescovo Procopio fu ucciso dall’arabo Ibrahim. In seguito all’ingresso dei normanni in Sicilia, con gli Altavilla, la città che sino all’epoca bizantina ha ruolo preminente per cultura e religione, diviene sede vescovile ma nel 1078, questa passa alla città di Troina, amata dal conte Ruggero. Frattanto a Taormina, gli usi medievali vengono assimilati con i modelli tipici del feudalesimo e le attività più importanti, civili e religiose ruotano attorno a piazza Duomo. L’edificio che è quello della ecclesia munita, la chiesa-fortezza, può essere datato tra il XIII e il XIV secolo, di certo sorto su una precedente basilica medievale. Il nome di “cattedrale”, le è stato attribuito per via dell’importanza che Taormina ricopriva in ambito ecclesiastico come sede di vescovado e la consacrazione a San Nicolò di Bari, è tipica di un uso in vigore per via del culto del santo che fu vescovo a Mira, in Licia, l’odierna Turchia, presente in altre regioni meridionali come la Puglia e diffuso insieme a quello di Pancrazio, a partire dal VI secolo. Il Duomo di Taormina è stato elevato al rango di basilica Minore da Papa Giovanni Paolo II, il 6 febbraio del 1980.

L’esterno dell’edificio – L’aspetto austero ma elegante con le merlature e la torre bastione, dove nel 1750 sono state collocate le campane, è frutto delle varie fasi di riedificazione avvenute nel corso del XV e XVI secolo e dopo, tra la metà del Seicento e il Settecento. La facciata principale vede aprirsi il portale tra le due monofore del Quattrocento con l’arco ogivale archi voltato e in alto, uno dei tre rosoni in pietra di Siracusa tipico dell’arte rinascimentale. Gli altri due rosoni si trovano sulle facciate ad est ed ovest delle chiesa. Gli stipiti del portale, appartengono alla struttura più antica, risalente al XV secolo e insieme al portale che si apre ad ovest, di fronte a palazzo dei Giurati, è della scuola gaginiana. Mentre il portale che si apre ad oriente, può farsi risalire al Cinquecento ed è espressione piena del gotico siciliano. Sugli stipiti del portale principale, vi sono scolpite undici figure per lato e tra essi vi sono rappresentati San Paolo (le chiavi), San Pietro (la spada della Fede) il re Davide (la cetra), i quattro evangelisti nei loro caratteristici simboli: il Leone (San Marco), l’Aquila (San Giovanni), il Toro (Luca) e l’Angelo (Matteo) mentre le due figure in alto, sono i due vescovi San Nicola e San Pancrazio.

I portali laterali e la ricostruzione di quello principale –Il portale di fronte palazzo dei Giurati, della scuola del Gagini, attribuibile ad uno dei figli, ha la cornice di pietra lavica. Interessanti appaiono i bassorilievi che propongono grappoli d’uva del simbolismo cristiano. Sull’architrave in pietra di Taormina, fra San Pietro e San paolo c’è il Cristo Pantocratore (Benedicente) e il timpano con l’arco ogivale, ha decoro con archetti trilobi. Se la parte interna del portale principale è del Quattrocento, il resto è stato ricostruito per volontà dei Giurati nel 1636. Ne è testimonianza la lapide sopra il portale in cui sono citati Francesco Corvaja, Giuseppe Marziano, Antonio Romano e Tommaso Corvaja, “Urbis Patres”. Infatti, le due colonne scanalate che rievocano lo stile corinzio e poggiano su alte basi con il frontone spezzato sopra l’architrave, ripetuto sopra la lapide sono di epoca pre-barocca.

La chiesa, commistione del potere religioso e civile – Il posizionamento del Duomo all’interno del borgo e in posizione centrale insieme a Palazzo dei Giurati, con la piazza che avvalora il senso simbolico del potere religioso e civile, sono tutti elementi del medioevo feudale. Il signore, i nobili e la corte, in una città demaniale quale è Taormina, soggetta al potere reale, hanno necessità di raccordarsi con le autorità ecclesiastiche per dare forza a ciò che rappresentano, ossia, la comunità cristiana retta da regole precise in cui il divino e il culto, servono a magnificare non solo l’opera di Dio ma quella di chi, è una sua espressione in terra. I nobili insieme ai religiosi, usano un linguaggio che si traduce nelle forme architettoniche ed artistiche, pertanto, l’esterno del Duomo e i suoi interni, raccontano del potere civico e religioso; ma narrano la storia della città attraverso lo scorrere dei secoli. L’epigrafe sulla facciata esterna, celebra la volontà dei Giurati di costruire opere per la città. Lo stesso dicasi, per i due mausolei funebri, appena entrati nell’edificio a destra, quello di Leonardo Sgroi Camiola e a sinistra, quello di Antonio San Martino De Spuches, vissuti nel XIX secolo e legati alle antiche famiglie nobiliari cittadine. I mausolei rappresentano il linguaggio di chi ha goduto d’importanza e prestigio e si rivolge al popolo per mantenerne vivo il ricordo.

Gli interni della cattedrale – Tipica delle architetture medievali, è il disegno a croce latina con tre navate e tre absidi. La navata centrale riceve sostegno da sei colonne, tre per ogni lato, su cui si elevano quattro arcate. Le colonne in marmo rosa di Taormina, ne vedono quattro ricavate da un unico blocco di marmo, dette “monolitiche”, la cui provenienza è attribuita al Teatro Antico. Il tetto in legno, copre la navata centrale, il transetto e il braccio corto della croce latina. In fondo, nelle tre absidi, si apre in quella centrale l’altare e nelle due laterali, sono state ricavate le due cappelle. A sinistra, la cappella del Sacramento della fine del Seicento e rispettosa dello stile barocco; a destra, la cappella della Madonna delle Grazie, ricostruita nel 1747 con materiale proveniente da una cappella della chiesa di San Pietro fuori le mura. Dopo i bombardamenti, che hanno interessato la zona di porta Catania nel luglio del 1943, anche il Duomo nel periodo dal 1945 al 1948, è stato sottoposto al restauro da parte dell’architetto napoletano Armando Dillon, il quale, così come effettuato su palazzo Corvaja, ha restituito le originarie strutture medievali, riportando le atmosfere gotiche nell’edificio chiesastico. Un esempio sono le arcate dell’abside che erano state nascoste dagli stucchi barocchi, e le coperture a terrazzo delle navate laterali.

Il Duomo, un museo dentro un edificio religioso – All’interno della chiesa sono raccolte una serie di opere di grande pregio artistico, che spaziano dal periodo bizantino sino a quello rinascimentale, per giungere al barocco. Nella navata di destra, si trova la Visitazione con San Gregorio e San Zaccaria di Antonino Juffrè, opera del 1457, che attualmente non è presente perché in restauro. Il quadro appartiene alla scuola rinascimentale siciliana e in origine, si trovava nella chiesa del Varò. Pieno rinascimento, è quello espresso nel Polittico di Antonello de Saliba del 1504, opera della scuola di Antonello da Messina, di cui il Saliba era parente e che ha fioritura in tutte le corti siciliane. Si tratta di un’opera su legno a più pannelli, con la Vergine Maria e Gesù nel pannello centrale fra san Girolamo e San Sebastiano. In alto, al centro, la Deposizione di Cristo e ai lati San Agata e Santa Lucia, venerate nella parte orientale dell’isola. Nella cornice sotto in basso, l’Ultima Cena. Il Polittico proviene dall’ex Chiesa di San Sebastiano, in uso ai frati agostiniani, in Piazza IX Aprile. All’interno del Duomo, sono visibili anche vari dipinti ad olio con la classica iconografia religiosa che raffigura scene di santi e scene evangeliche, i chiaroscuri del tempo barocco come quello dell’artista Garofalo, opera del 1653, raffigurante San Nicolò di Bari. Ma di nuovo, nella navata di sinistra, si torna al rinascimento con la Madonna con Bambino del XVI secolo, dell’artista Alfonso Franco, dove Maria è al centro della scena, protetta da San Giovanni battista e il profeta Elia.

La Madonna bizantina e il trono dei Giurati – Visibile nella navata di destra, la Madonna non manufatta, opera dipinta su legno con motivi ornamentali in argento come il ricco abito di Maria che risponde ai caratteri dell’arte orafa e pittorica bizantina. I volti della Madonna e di Gesù, sono appena visibili ma questo perché si narra che sia stata ritrovata in un pozzo nella proprietà De Turcis, dove è la Badia Vecchia e che chi ha messo in salvo il quadro, lo ha fatto per risparmiarlo dalla furia degli arabi quando hanno preso Taormina. Degna di nota, è l’iscrizione a fianco dell’immagine, datata gennaio 1693. Una dedica e una preghiera alla Vergine da parte dei Giurati per aver risparmiato la città, dal nefasto terremoto che ha distrutto numerose città della Sicilia orientale tra cui Catania, Ragusa e Noto. Dove c’è l’altare, invece, si possono ammirare i leoni stilofori con lo stemma della Centauressa che fanno parte del trono dei Giurati, la cui funzione originaria potrebbe essere stata quella di reggere un sarcofago. I due leoni provengono anch’essi dalla bottega di Domenico Gagini. Anche la statua della Madonna delle Grazie, posta nell’omonima cappella con la veste ricca e piena di dettagli, il volto addolcito della Madonna e del Bambino, la fanno somigliare ad un’altra opera di bottega, quella della Madonna della Scala nella Chiesa Madre di Ucria. I committenti della Madonna delle Grazie, sono della famiglia Grugno, originaria della Catalogna e giunta nel 1347; il cui stemma con le tre teste di cinghiale, si vede ai due lati della base della statua.

La statua di Sant’Agata – La statua della santa, si trova nella navata di destra vicino all’ingresso. Si trovava nella distrutta chiesa di Sant’Agata, del convento di san Domenico e dopo i bombardamenti del 9 luglio 1943, è stata spostata nel Duomo. Il fatto che vi sia stata una chiesa dedicata alla santa amata dai catanesi, con una statua, è legato ad una leggenda e al culto di Agata, diffuso anche in città. Una tradizione riportata da Francesco Cipolla, vuole che l’estirpazione dei seni con le tenaglie, sia avvenuta qui a Taormina in un punto della mulattiera che dal Cimitero scende giù in località Spisone, dove sarebbe stata individuata una pietra in calcare taorminese detta, “a ciappa i Sant’Aita”. Questo sarebbe stato dunque il luogo dove, all’inizio del IV secolo, sotto Diocleziano, Agata avrebbe subito il martirio. Più probabile, è l’importazione del culto in città, da parte di una famiglia che aveva legami con Catania, ovvero i Corvaja. La statua del XVI secolo, è stata unanimemente attribuita al Montanini, allievo prediletto del Montorsoli di cui uno degli esempi più significativi è la Fontana di Orione, in piazza Duomo, a Messina. La committenza è dei Corvaja perché alla base della statua, c’è lo stemma “bandierato” che si ritrova anche a palazzo Corvaja, sulla porta d’ingresso di palazzo Ciampoli e che viene identificato come lo stemma più antico di questa famiglia; sebbene nell’araldica sia più noto l’altro stemma, in cui l’Arma è d’azzurro con la fascia accompagnata dai due leoni che tengono tra le zampe una corona d’oro.

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