Gli italiani in giro per il mondo, per motivi di studio e lavoro, sono sempre di più. La crisi economica del 2008, che tarda a concludersi, costringe i nostri connazionali a cercare fortune in altri luoghi. I paesi più gettonati sono Germania, Austria e Inghilterra, ma capita anche di conoscere un italiano di Kiev. Si, avete capito bene. Da poco meno di due anni, Renzo Boatelli vive in Ucraina. Nonostante le note vicende internazionali, Renzo ha scelto la capitale dell’Ucraina per amore e ha rimesso la sua vita lavorativa in gioco.

Come mai ha deciso di trasferirsi in Ucraina, proprio in questo periodo? Che lavoro svolge?

«Mi sono trasferito a Kiev per amore, sono fidanzato da oltre un anno e mezzo con una ragazza ucraina, molto legata al proprio Paese. Pertanto ho preso la decisione di muovermi. Sono un architetto, in questo momento l’Italia offre poco alla professione. Ho deciso di rimettermi in gioco anche sul piano lavorativo cercando di costruire una rete di conoscenze utili per la vita e  il lavoro quaggiù. Purtroppo anche l’Ucraina in questo momento dispensa poche occasioni lavorative, per la ben nota crisi con la Russia».

Che città è Kiev? Qual è il tenore di vita?

«Kiev è una città di cui ci si innamora. Partendo dal presupposto che spesso nella vita incappiamo in cocenti delusioni quando abbiamo aspettative troppo elevate, all’opposto la non conoscenza della città e certi preconcetti radicati in merito alle città dell’ex Unione sovietica mi hanno svelato una città splendida, con molteplici aspetti, architettonici e non, tipici di una metropoli. Tuttavia, i grandi parchi, il traffico privato non eccessivamente intenso, le conferiscono un aspetto decisamente a misura d’uomo. Naturalmente ho maturato un certo affetto per certe zone in particolare; amo passeggiare lungo la Horodets’koho ulitza, che da Piazza dell’Indipendenza risale verso il Teatro Ivan Franko e i Palazzi del Potere e discendere Andriivs’kyi uzviz dalla Chiesa di Sant’Andrea fino a Kontraktova Ploshcha. Ma tutta la città ha aspetti fascinosi, una commistione tra stratificazioni decisamente europee occidentali e tipicamente slave. A Kiev si può vivere abbastanza bene senza spendere molto. Naturalmente certi prodotti d’importazione sono appannaggio di persone con stipendi alti, ma facendo attenzione si può acquistare bene con poco denaro a disposizione. Il tutto vale per molteplici beni di consumo, dal cibo al vestiario. E, cosa molto interessante, si può assistere a spettacoli musicali e teatrali spendendo pochi euro».

Gli italiani che studiano o lavorano all’estero sono considerati, da alcuni connazionali, persone con poco coraggio, perché sono “scappate” nel momento in cui il Paese ha bisogno. Cosa vorrebbe dire in proposito?

«Credo che l’Italia sia un Paese splendido, che ha tanto da offrire. Voglio credere in un futuro anche per il mio Paese. Il mio caso è particolare, va oltre i problemi legati alla mancanza di lavoro. In generale, facendo riferimento a qualunque località nel mondo, ritengo anacronistico pensare a confini, a destini lavorativi e di vita legati a un Paese, quello in cui siamo nati e cresciuti nella fattispecie. Storicamente stiamo vivendo una situazione che abbiamo già conosciuto. Oggi l’Italia, per qualche motivo specifico, potrebbe offrire opportunità a un russo, piuttosto che a un arabo, ma non a un italiano. Un Paese lontano, può invece rappresentare un’occasione per un nostro connazionale. Quindi, in generale, ritengo piuttosto astratte le considerazioni riportate nel quesito».

Quali sono le opportunità lavorative per gli italiani in Ucraina?

«Difficile, per me, per adesso rispondere a questa domanda. Ci sono molti italiani che hanno sviluppato attività qui a Kiev. Oltre ad aziende di una certa importanza, legate a grandi numeri. Ho conosciuto personalmente dei piccoli imprenditori che sono riusciti ad avere buoni risultati, pur con le difficoltà attuali legate al momento politico particolare. In questo momento è sconsigliabile, a mio parere, investire in questo Paese, ma consiglierei di svolgere attività di gather information volte a valutare ed eventualmente pianificare future opportunità di business».

Quale concezione degli italiani hanno gli ucraini?

«Ci vedono positivamente se ci valutano per le nostre capacità creative. Attorno al gusto italiano nel mondo si sono creati dei veri e propri mantra, e l’Ucraina non fa eccezione. In generale hanno una pessima opinione della nostra ipocrisia, intendo anche quando il termine può essere assumere i crismi di un “ipocrisia necessaria”. Per noi, ad esempio, può risultare scortese manifestare la nostra opinione in modo troppo diretto, perché può portarci a svantaggi, nel campo lavorativo e relazionale. Qui non esistono i mezzi termini».

Come vede il suo futuro in Ucraina? Pensa di tornare in Italia?

«Il futuro è legato a doppio filo alle situazioni politiche in essere. Oggi il Paese è decisamente congelato. Mi risulta difficile fare previsioni in merito a possibili sviluppi e risoluzioni della crisi. L’Italia rimane sempre una possibilità, come tutti gli altri Paesi. Come ho già detto mi pare che le cose possano mutare in fretta; un Paese che oggi offre poche opportunità le potrebbe offrire tra pochi anni, o addirittura pochi mesi: pensiamo alla situazione attuale in Polonia, una nazione che fino a una decina di anni fa vedeva molti suoi cittadini emigrare in Germania o proprio in Italia…».

Che aria si respira nella capitale in questi mesi così delicati? C’è timore per le politiche di Putin?

«La città è viva, la gente la rende mobile e caotica come al solito: non si notano sostanziali cambiamenti tra la città che ho iniziato a conoscere un anno e mezzo fa e la Kiev in cui vivo oggi. Apparentemente nulla sembra cambiato, anche perché qui i venti di guerra appaiono lontani. Naturalmente i moti di Piazza dell’Indipendenza hanno rappresentato una parentesi corposa, che ha portato a un sostanziale mutamento nello spirito degli ucraini (il movimento, giova ricordarlo, ha avuto sviluppi anche oltre i confini amministrativi della capitale, e nella capitale stessa confluivano, prima che il Governo dell’ex Presidente Yanukovich sopprimesse le corse lungo le linee ferroviarie che portavano a Kiev). In generale, gli ucraini sono un popolo pragmatico. Pertanto più che a Putin, pur nella consapevolezza che il loro futuro dipende dalle prossime decisione del presidente della Federazione russa, guardano alla politica di casa. La società civile guarda con attenzione alle vicende amministrative del Paese, cosa che ad esempio non noto in Italia, ed è sempre pronta a manifestare pacificamente dinnanzi alla Rada per assicurarsi che un procedimento parlamentare venga attuato nell’interesse comune o a richiedere nuove leggi necessarie per il processo di crescita del Paese».

E’ vero che Kiev e i suoi abitanti sono “europei” nel modo di pensare e agire?

«Molto dipende da che punto di vista si osservano gli abitanti. Ci sono persone di una certa età che sono nate e cresciute, ma soprattutto vissute a lungo, in epoca sovietica e che pertanto sono legate culturalmente a quel periodo. Costoro nutrono, per esempio, una certa diffidenza nei confronti dei cittadini stranieri che provengono dall’Occidente, anche se la cordialità e l’assistenza in caso di necessità di informazioni è garantita. Chi ha un’età, diciamo intermedia, come me intorno ai quarant’anni e le persone più giovani nutrono un certo spirito critico nei confronti di quel periodo. Va detto però, senza porsi in modo antitetico alla cultura sovietica. Gli aspetti positivi, in essa impliciti, vengono riconosciuti come tali. Oggi gli ultracinquantenni guardano le fotografie scattate all’epoca del servizio militare, e ricordano con nostalgia le amicizie strette con i vecchi compagni, siano essi russi piuttosto che georgiani o bielorussi. D’altra parte trovo naturale che chi ha accesso più ampio oggi all’informazione generale e ovviamente mi riferisco ai più giovani, abbia maturato posizioni multiculturali».

© Riproduzione Riservata

Commenti