U mari nun si spirtusaE’ questo il nome della campagna di Greenpeace contro le trivellazioni alla ricerca di gas e petrolio nel canale di Sicilia. E in nome di questa campagna, nei giorni scorsi, gli attivisti della più famosa tra le associazioni ambientaliste mondiali hanno occupato una piattaforma dell’Eni installata negli anni 80 a largo di Licata (Ag) e adibita all’estrazione di idrocarburi dai fondali marini. La protesta, pacifica come da consuetudine per Greenpeace, è andata in scena con l’esposizione, sui pilastri della piattaforma, di un enorme striscione raffigurante Matteo Renzi intento a dire “più trivelle per tutti”, corredato dalla linea opposta di Greenpeace: “stop fossil, go renewable”.

Lo Sblocca Trivelle – Il riferimento degli ambientalisti è al decreto Sblocca Italia varato dal governo Renzi, che facilita l’estrazione in mare di risorse energetiche. Ma per Greenpeace si tratta di una “deregulation selvaggia”, che “rischia di tradursi in un vero e proprio Sblocca-trivelle”. “Chiediamo al governo di lasciare le fonti fossili sotto terra per proteggere l’ambiente e il mare” – hanno detto da un altoparlante sbarcando sulla piattaforma. La protesta, che ha visto anche una manifestazione davanti a Montecitorio il 15 e 16 ottobre scorsi, scaturisce dalle indicazioni del Decreto, laddove considera “il carattere strategico delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, delineando quindi procedure chiare ma commisurate alla natura di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità”. Ciò che viene contestato è proprio la chiosa. Secondo gli ambientalisti, le trivellazioni non sarebbero utili alla collettività, né urgenti né indifferibili.

La questione energetica in salsa tricolore – E ciò pone un tema che meriterebbe una valutazione de-ideologizzata e realistica, senza il timore di essere tacciati, da un lato, come incuranti inquinatori o, dall’altro, come ambientalisti pregiudiziali. La questione energetica nel nostro Paese è all’ordine del giorno almeno da un trentennio, per non dire da sempre. La nostra dipendenza dall’estero si è rivelata in tutto il suo splendore per l’ennesima volta quest’anno, a causa della crisi ucraina, che ha posto più di un interrogativo sulle alternative possibili al gas russo. Quella ucraina, così come precedenti tensioni nelle aree mediorientali che hanno coinvolto il petrolio, ci ha raccontato ancora una volta come basterebbe davvero poco a restare al freddo. Trovare una soluzione, dunque, è tutt’altro che non urgente o non indifferibile, salvo poi lamentarsi nell’emergenza.

Sistematicamente impreparati – Come accade praticamente in tutti i settori, economici, strategici e produttivi, il nostro Paese non è mai stato in grado di vederci lungo, mettendo in campo piani industriali, ambientali o energetici che ci garantissero di avere una struttura, di essere preparati, di non avere un sistema che fa acqua da tutte le parti, cosa che si manifesta poi puntualmente quando ci troviamo a fronteggiare situazioni d’urgenza. L’ultimo caso, quello più fresco, sono le alluvioni, diventate una prassi, come vestirsi da “angeli del fango” è divenuto quasi un costume nazionale. Il tutto grazie all’incuria, alla miopia e all’indolenza non solo della politica e delle amministrazioni, ma anche della cittadinanza. Ora, grazie all’Europa e a conferenze internazionali sull’ambiente, abbiamo provato a mettere in campo piani per l’energia alternativa, inseguendo obiettivi come il 20% di produzione da fonti rinnovabili entro il 2020. Obiettivo, che, a meno di miracoli non ancora all’orizzonte, verrà clamorosamente disatteso. E non è solo una questione economica o congiunturale, è proprio un fatto culturale. Perché se vai in Francia e proponi un impianto fotovoltaico standard, da 3 kilowatt, dalle cui spese rientri in 10 anni, ti saltano in braccio e ti riempiono di baci. Mentre se lo fai in Italia ti rispondo cose del tipo “ah, ma io vorrei rientrarci al massimo i 2-3 anni, se no niente”. E così, noi che col sole potremmo camparci, energicamente, ma anche turisticamente parlando, siamo indietro anche rispetto a Paesi come la Germania, con un’irradiazione intuitivamente molto minore.

Lefficienza energetica non è solo tecnologia – Il punto è semplice. Ben consci che trivellare in mare espone a catastrofi ambientali poco quantificabili, occorre però essere anche consci del fatto che un piano che ci permetterebbe di soddisfarci in casa il 20% del fabbisogno energetico non è proprio da buttare via. Considerando che coprire lo stesso fabbisogno attraverso le energie rinnovabili richiede decenni e uno shock culturale cui mancano molte delle premesse. Dipendere meno dall’estero ed essere più autonomi è urgente e indifferibile, e se non siamo in grado di mettere in pratica le belle parole sulle energie rinnovabili, non abbiamo molte alternative se non utilizzare fonti pericolose, ma immediatamente disponibili. Di conseguenza, le energie, quelle che si mettono nelle proteste e nella creazione di castelli in aria di lungo periodo, potrebbero anch’esse essere meglio utilizzate aiutando a far sì che le trivellazioni in mare siano più sicure e monitorate. E magari dirottare la lungimiranza anche sull’organizzazione oggi di piani operativi d’emergenza in grado di contrastare poi, in tempi rapidi, gli effetti di possibili disastri ambientali. Perché pronunciare dopo il solenne “io l’avevo detto” può essere utile a titillare il proprio ego, ma suonerebbe vagamente vigliacco se non si fosse contestualmente agito concretamente e utilmente per evitare o limitare tristi eventi al largo delle nostre coste.

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