Lo scontro tra Renzi e le regioni – La legge di stabilità mostrata dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con tanto di slide è considerata dai promotori una delle più corpose riduzioni di tasse degli ultimi decenni. In effetti ci sarebbero 18 miliardi di imposte fiscali in meno, soprattutto per le aziende che in questo modo saranno incentivate a investire e assumere nuovo personale. Una manovra per il 2015 accolta con favore dai partiti che formano la maggioranza governativa, mentre le opposizioni si sono mostrate dubbiose e hanno etichettato la legge di stabilità come un inganno, un’ennesima propaganda elettorale del segretario del Partito Democratico. Al coro dei contrari, qualche ora dopo, si è aggiunto il canto di protesta delle regioni. Guidate dal “renziano” Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte, le regioni hanno detto che una manovra del genere è inaccettabile in quanto le costringerà a tagliare alcuni servizi.

Una richiesta ragionevole, forse troppo – Si parla di sanità e scuola, per esempio. Il muro contro muro tra Renzi e le regioni, però, si è fatto più alto quando il premier ha invitato le strutture a tagliare gli sprechi. Un’affermazione che è stata colta come una sfida da parte dei vari Zingaretti, Maroni e Zaia, che hanno minacciato di chiudere ospedali e di ridurre i servizi alle scuole. Però, come ha fatto notare Sergio Rizzo sul “Corriere della Sera”, la richiesta di Matteo Renzi alle regioni di tagliare 4 miliardi di sprechi, non è qualcosa di così assurdo. Anzi, il sacrificio equivale a circa il 2 per cento di una spesa pubblica regionale che da quando nel 2001 è stato approvato il nuovo Titolo V della Costituzione è salita fino alle stelle. Per un simile motivo, chiamare in causa da parte delle regioni il ridimensionamento dei servizi essenziali per il cittadino, come la sanità e l’istruzione, è alquanto strumentale. L’obiettivo è di far sollevare le persone contro altri tagli agli ospedali e alle scuole, ma in realtà non è proprio così.

Aumenta la spesa e diminuisce la qualità dei servizi. Qualcosa non va – In dieci anni la spesa pubblica delle regioni è cresciuta in maniera spropositata e come possiamo notare, la qualità dei servizi non è certo migliorata. Prima dell’anno 2000 e dell’entrata in vigore del Titolo V che ha messo in piedi autonomie regionali discutibili, la spesa sanitaria era di poco superiore a 70 miliardi, mentre nel 2015 sarà di 112 miliardi. Aumenta la spesa, ma diminuisce la qualità dei servizi. Questo basta per dimostrare che c’è qualcosa che non va. Le regioni si sono trasformate in governi con eccessiva autonomia e hanno fatto degli sprechi un loro aspetto distintivo. Tutte, nessuna esclusione tra destra e sinistra. Le regioni hanno creato enti dalla dubbia utilità, come in Piemonte dove esiste il Centro estero per l’internazionalizzazione piemontese per «rafforzare il made in Piemonte». E nella confinante Lombardia è stato lanciato il progetto «made in Lombardy». Tutto ciò ha provocato un aumento di personale spropositato, tanto al nord quanto al sud. Si è assunto senza alcun criterio, per assecondare il sogno italiano di lavorare dietro ad una scrivania. I problemi dell’Italia e l’incapacità di saperli affrontare ha condotto la politica a nascondere la polvere sotto il tappeto delle regioni e degli enti ad essa collegati. Adesso, però, la sporcizia è troppa. Occorre fare pulizia a partire dalle regioni e dai consigli regionali, che con il trascorrere degli anni hanno incrementato il loro potere senza alcun beneficio per il territorio.

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