Alcide De Gasperi con Konrad Adenauer, Robert Schuman e i ministri degli Esteri di Olanda e Lussemburgo durante i lavori del Consiglio d’Europa a Strasburgo nel 1951

Le rivoluzioni le fanno gli intellettuali, non certo il popolo, benché sarebbe meglio che le facessero gli uomini di cultura. Questo è così a maggior ragione dal Settecento in poi. Il popolo va sensibilizzato con gli strumenti opportuni. Bisogna saper trasmettere il valore delle idee. La rivoluzione in Europa si sta facendo da tempo negli uffici dei burocrati e nelle segrete stanze. Il metodo è subdolo. Non era iniziato così il percorso dell’unificazione. Adenauer, De Gasperi, Schuman avevano altri ideali. Le dodici stelle e il colore azzurro della bandiera europea, per quanto laboriosa sia stata l’elaborazione del suo disegno, sono evocative di un sistema di valori che oggi viene ripetutamente rinnegato.

Che cos’è la triquetra della bandiera siciliana attuale? Un simbolo apotropaico, ancestrale, scaccia malocchio, ermetico. Non sarebbe meglio adottare l’aquila federiciana? O meglio ancora i leoni e i grifoni dei normanni, iniziatori del Regno di Sicilia? In ogni caso bisognerebbe dare fondamenti sani, non massonici, al percorso verso l’indipendenza dell’isola. Su quei fondamenti esoterici è già stata costruita la Sicilia risorgimentale, colonia di uno Stato depredatore. Non bastano gli obiettivi economici per dare unità ad un popolo, che in questo momento ha un disperato bisogno di riscoprire la propria identità, contro la poderosa opera di mistificazione messa in atto dal 1860 a tutt’oggi. È il risveglio dell’autocoscienza della nostra nazione che può portare alla libertà e al benessere. Si tratta di un lavoro in cui la cultura non può essere relegata ad un rango accessorio.

L’uso della lingua siciliana, per esempio, deve smettere di essere caricaturale. La nostra terra ha una sua letteratura, con cui si è fatta poesia e teatro. La storia è tutta da riscrivere, perché noi stessi attingiamo ingenuamente a Denis Mack Smith e non agli archivi, che ci direbbero come sono andati i fatti realmente. L’economia non è sufficiente da sola, anche se la fame probabilmente sarà la scintilla della ribellione, ora che sono finiti i soldi per tenere a bada l’isola con il contentino del “posto” (fisso o precario). È indispensabile fare leva sulla cultura, sollecitare una rinascita come quella catalana dell’Ottocento. Potranno pure impedire a Barcellona di fare il referendum per l’indipendenza, ma non potranno evitare che i catalani pensino in catalano, cantino in catalano, sognino in catalano.

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