Da venerdì 17 ottobre sono in mostra negli spazi espositivi di Underground Project della GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino una cinquantina di tele di Cecily Brown, una delle più quotate artiste contemporanee. La madre scrittrice e il padre critico d’arte hanno creato la giusta sintesi di impressioni, ricordi e immagini che hanno fatto di lei una donna capace di affrontare la traversata oceanica per andare dal regno unito alla scoperta del mondo dell’arte americano, nonostante avvertisse già in patria il clima dell’ambiente artistico britannico che emanava il forte odore di Francis Bacon e Lucian Freud. Il trasferimento nello studio di New York, la proietta dentro un’area di ricerca sconfinata, dove inizia immediatamente a buttare giù l’essenza della sua esperienza vitale dentro opere di grosso formato, ma anche gouache, acquerello, matita e inchiostri su carta dando subito vita ad un universo pittorico che prende le distanze concettuali e geografiche dalla scena della Young British Art, che in sostanza alla pittura badava poco, e che si avvicina invece alle atmosfere dell’Espressionismo Astratto americano, il suo più vicino punto di riferimento.

Il successo per la Brown arrivò abbastanza in fretta. Giusto il tempo di arrangiarsi con un lavoretto da cameriera per potersi garantire l’affitto e il costo dei colori, e il talent-scout Jeffrey Deitch, per la gioia immensa di Giancarlo Politi, direttore di Flash Art, le ha offerto la prima personale. Dopo due anni entra nella scuderia di Larry Gagosian, a soli30 anni. «È stato incoraggiante» – disse – « poter lasciare il mio “day job” e permettermi uno studio. Spazio e tempo sono la cosa più importante per un artista. Ma quando sei giovane e ricevi attenzione si alza anche la posta in gioco. Devi esserne all’altezza»

In qualche maniera lo è stata, perché in pochi anni le sue quotazioni sono schizzate verso cifre che fanno accapponare la pelle alle migliaia di ragazze che in giro per il mondo pensano di vivere facendo l’artista. Le sue opere sono nelle mani dei galleristi più potenti del mondo (con prezzi che vanno dai 65mila dollari delle tele molto piccole ai 600mila di quelle grandi, al milione e oltre dei trittici) mentre quello secondario la vede raggiungere in asta cifre ancor più stratosferiche. Ma da dove arriva il successo di questa artista? Innanzitutto è fondamentale la posizione unica della Brown: «Io non comprendo la distinzione fra astratto e figurativo. Sono portata verso la figura, verso il paesaggio, ma per me ha poco senso oggi “copiare la vita”. I miei dipinti vivono in una terra di mezzo, dove domina l’ambiguità, dove è impossibile definire qualcosa in modo conclusivo».

A Torino rivedremo le scene di sesso che compaiono nei quadri della pittrice inglese, erotica e provocatoria non solo nei temi ma nella consistenza stessa dei suoi dipinti, che hanno contribuito a lanciare una carriera che si è poi consolidata nei grandi musei del mondo. Il sesso continua a comparire nelle sue tele, corpi più o meno definiti avvinti in abbracci profondi, impegnati a darsi piacere, posizionando chi guarda nel ruolo del vouyeur, cieli che riflettono il rosa della carne, paesaggi turbolenti e frenetici con tavolozze accese e a volte cacofoniche. Questa visione che fa dire a Danilo Eccher, direttore della GAM e curatore della mostra che «l’accumulo di personaggi che animano spesso la scena pittorica, il groviglio di segni e l’impressionante spettro coloristico, sono elementi che concorrono a rafforzare una visione estetica che non può ridursi alla semplicità del gesto», non fa sfuggire ad alcuni critici che il punto di partenza dell’erotismo appare una scorciatoia, furba e fin troppo nota ad ogni livello dell’umano, visto che oggi viene utilizzato un bel fondoschiena o dei bellissimi addominali per vendere anche le lavatrici. Così come non fa dimenticare il fatto che a volte l’indecisione, la sospensione e l’incapacità di scegliere la strada dell’astratto o del figurativo può essere sintomo di mancanza di sicurezza.

Il mercato non la pensa così. Ed evidentemente nemmeno i collezionisti visto le prenotazioni. E comunque la parte fondamentale del gioco sembra condurla la pittura al di là del fatto che i soggetti possano rappresentare chissà quale personale dramma psicosessuale. Tutto comunque sembra vivere del gesto rapido e irrequieto della materia pittorica. Il ritmo di Gorky e de Kooning filtrato attraverso le visioni anche dei mostri sacri del passato, che si intravedono sullo sfondo della memoria, creano delle immagini e dei colori dove è impossibile sostare su un solo punto della composizione, e questo ci dice di una sensibilità pittorica che indaga anche sul processo stesso del fare.

Non c’è salvezza, questa è la realtà, né nel mondo fisico né nel mondo psichico, ma solo quando entrambi si abbracciano. Piace o non piace, perché a qualcuno certi lavori possono apparire flaccidi e confusi anche cromaticamente, e persi in un marasma astratto, in cui l’artista vittima dell’indecisione o sopraffatta da un subconscio pudore a volte non ha il coraggio di far vedere. Altrove il lavoro appare con una chiarezza grafica che indugia su particolari erotici, su paesaggi di carne e colori carnali. Immagini postmoderne che descrivono in una pigra figurazione un indicibile monotono, nel senso del colore, della vita. Se può apparire esagerato, trovate qualcuno che sappia bene dove inizia la realtà e dove comincia la figurazione.

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