Ava Gardner (1922-1990), attrice tra le più affascinanti e popolari di Hollywood, a Taormina nell’agosto del 1966 per le riprese del kolossal “La Bibbia”, ambientato dal regista John Huston sulla pendici dell’Etna per le scene di Abramo e Isacco tra le rovine di Sodoma. La quarantaquattrenne Ava Gardner era Sara, moglie di Abramo. Alloggiava al “San Domenico” ed una Mercedes con aria condizionata (che allora era una rarità) la portava sul set quando era di scena. “Non sempre serena”, a sentire i responsabili della produzione. Un po’ per l’alcol, di cui spesso abusava; ed un po’ (molto di più) per le liti con l’amante di quei giorni, che era proprio l’Abramo suo sposo nel film: l’attore americano George C.  Scott,  39 anni, cinque meno di lei.

Un amore tempestoso, a dir poco. La diva Ava Gardner aveva già consumato tre matrimoni (con l’attore Mickey Rooney, il clarinettista e direttore d’orchestra Artie Show, il cantante-attore Frank Sinatra) e liquidato un certo numero di amanti famosi, tra i quali tre toreri.  Clark Gable, che s’invaghì della trentunenne Ava sul set di “Mogambo” (girato nel 1953), disse di lei: “E’ la donna più affascinante e aggressiva che abbia mai incontrato, una donna che può anche farti impazzire, al punto che devi lasciarla per forza. E, prima di lasciarla, devi anche picchiarla per bene. Una donna selvaggia, che non sai mai quello che vuole. Le dai tenerezza e diventa selvaggia. Le rispondi con la violenza e diventa dolce come una gattina. La cerchi e lei scappa. Giura di amarti ed è pronta a tradirti. Mai vista una donna che ha tradito tanto i suoi mariti, gli amanti. I suoi splendidi occhi di tigre hanno fatto e continuano a fare stragi”.

La lavorazione del film “La Bibbia”, per le scene da girare alle pendici dell’Etna, era fissata per meno di venti giorni, ma si protrasse per più di un mese. Per l’eccessivo nervosismo degli animali che dovevano partecipare alle scene di massa o accanto agli attori, scrissero i giornali dell’isola, per le condizioni atmosferiche insolitamente non buone quella estate e tanti altri problemi di natura organizzativa; ed anche, se non soprattutto, per i ritardi provocati dai capricci dei due litigiosissimi amanti che interpretavano i personaggi di Abramo e Sara. Ma le famosissime “pettegole” di Hollywood andarono ben oltre, scrivendo di “botte, camere d’albergo sfasciate in un irrefrenabile delirio alcolico da parte di entrambi, scontri fisici (non soltanto verbali) ed occhi pesti che mal si conciliavano, chiaramente, con la spiritualità dei personaggi che andavano poi a rappresentare sul set”. Ed aggiungevano: “Per fortuna, c’era  il regista John Huston a mettere le cose a posto: con la sua autorevolezza di patriarca del cinema americano e quella che gli derivava dal fatto che, nella trasposizione cinematografica del libro più importante del cristianesimo, si era riservato il particolarissimo  ed importantissimo ruolo di interprete della voce di Dio”.

Litigarono di brutto, Ava a George, ed alla fine della lavorazione del film si lasciarono. Per sempre, a sentir lei; non per sempre, a sentir lui. Ai giornalisti l’attore Scott spiegò che, solotanto per qualche incomprensione nata dalla tensione del lavoro, non poteva finire quella  “bellissima storia d’amore in terra di Sicilia”. Si ritroveranno  ai Londra pochi mesi dopo, ma per pochissimi minuti. George, dopo aver tentato invano di incontrarla a casa o parlarle per telefono, la scovò in un albergo, chiese ed ottenne una delle camere accanto alla sua ed in piena notte, con la complicità di una cameriera che uscendo da quella dell’attrice aveva lasciato la porta non perfettamente chiusa, si presentò alla ex amata con il più affettuoso dei sorrisi. “Esci immediatamente”, gli ordinò lei, furente.  Ed il povero George, di fronte a un ordine così perentorio, non poté non eseguirlo. Finirà la notte non nella propria camera, il trentanovenne attore George C. Scott, ma nelle carceri londinesi, su denuncia della amata che lo aveva “stregato”nell’incanto di Taormina.

Mariti, amanti, follie d’alcova. Scrivendo di Ava Gardner, c’è sempre il pericolo che si parli tanto dei suoi amori e poco dei suoi film. “Ma nella storia di Hollywood”, dicono i critici, ”c’è posto, ed è un posto di assoluto rilievo, anche per l’attrice Gardner, non soltanto per la diva”. Un giudizio da condividere in pieno.  Brava senza artifici, “Maja desnuda” o “Contessa scalza”, nei film interpretati negli anni della gioventù; brava e autenticamente vera in quelli della maturità, quasi sempre partecipazioni di grande spessore: “L’uomo dai sette capestri” (con Paul Newman e la regia di John Huston), “Cassandra Crossing” (con Burt Lancaster e Sophia Loren), “Terremoto” (con Charlton Heston), “Il giardino della felicità” (con Liz Taylor, Jane Fonda e la regia di Huston).

Fu grande amica dei potenti di Hollywood, ma i critici d’oltre oceano sono concordi nel dire che non accettò mai compromessi di alcova con chi non amava. Al contrario di tante celebri dive del passato, che   sulla loro avvenenza e disponibilità sentimental-sessuale edificarono le loro fortune, lei non passò mai dall’alcova di un produttore per firmare un contratto, respinse con fermezza e dignità le proposte d’amore che le venivano da produttori e registi importanti. Respinse anche, fino all’ultimo film girato con lui, quelle  che le venivano dal grande vecchio del cinema americano, il regista John Huston. Anche il focoso Huston, come George Scott, riuscì ad infilarsi di notte nella camera della diva, in un albergo di Leningrado, in Russia (allora Unione sovietica). Era il 1975: lui 69 anni, lei 53. Ava, che gli voleva bene come a un padre, lo accompagnò con affettuosa fermezza alla porta. Senza gridare allo scandalo (come aveva fatto nove anni prima con George Scott), e l’indomani si presentò sul set de “Il giardino della felicità” come se nulla fosse accaduto.

“Divoratrice di uomini”, certo; ma l’alcova, per lei, era una sorta di “tempio sacro”, che non bisognava assolutamente profanare, senza il “sacro fuoco” dell’amore o della passione. “Cedere senza amore o senza passione all’amore o alla passione altrui”, mi spiegò quando la intervistai a Londra nel 1986, a 64 anni, “è la mortificazione più avvilente per una donna”. Era fatta così la grande “pasionaria Ava Gardner, la diva che per almeno un ventennio fu il sex-symbol più sanguigno e vorace di Hollywood. Era lei, e soltanto lei, a scegliere i suoi uomini. Ed erano in molti a correre a un suo cenno: felici di lasciarsi “divorare”.

[hr style=”dashed”]

[L’attrice americana Ava Gardner a Taormina nel 1966 – Foto del San Domenico di Andrea Jakomin – Elaborazione grafica di Donatella Mura / Blogtaormina (CC) 2014]

© Riproduzione Riservata

Commenti