Palazzo Corvaja
Palazzo Corvaja - Foto di Andrea Jakomin/Blogtaormina ©2014

Palazzo Corvaja espressione del gotico siciliano – Taormina è ricca di architetture medievali; molti dei palazzi che oggi sono visibili, sono stati nominati “palazzetti merlati” e tra questi vi è Palazzo Corvaja. La definizione è stata attribuita perché sulla sommità di questi edifici sono visibili le merlature “a coda di rondine” che rimandano agli echi moreschi, usati nell’architettura siciliana nel periodo tra il XII e il XV secolo, detta anche “gotico siciliano”. Accanto agli elementi di provenienza normanna, con edifici che appaiono fortificati, vi sono delle esigenze di alleggerimento delle strutture con uso di finestre bifore e trifore, intervallate da colonne e archi a sesto acuto o a ferro di cavallo. Anche l’uso policromo dei materiali, come la pietra lavica o la pietra di Siracusa e di Taormina, servono a dare un aspetto meno austero ai palazzi, che riprendono lo stile “chiaramontano” già presente nell’isola a partire dal XIII secolo e che nel XV secolo, con l’arte gotico-catalana assume un aspetto stile sobrio ed elegante, meno pesante di quello romanico introdotto dai monaci architetti al seguito dei re normanni e meno estroso del gotico nord europeo detto “gotico delle cattedrali”. C’è la tendenza a dare maggiore importanza all’ampiezza delle forme e non più all’altezza. Palazzo Corvaja, insieme agli altri edifici medievali, può essere comparato anche con i palazzi di Randazzo che ha avuto notevoli punti di contatto con Taormina.

L’edificio e il suo nucleo originario – Il luogo dove si trova Palazzo Corvaja è nella zona dell’antica agorà greca, poi foro romano, il centro delle attività politiche e sociali della civiltà greco-romana. Rispetto al borgo medievale propriamente detto, l’edifico appare in sede decentrata, fuori le mura che la contrazione urbana aveva posto a partire dalla porta di mezzo o dell’Orologio e l’antica Porta del Tocco, ora porta Catania. Il palazzo prende vita da un’antica torre araba, il cui corpo è ancora visibile nella corte, in cui si apre l’accesso al primo piano. Da ciò si evince che l’originaria funzione doveva essere difensiva, vista la scelta di porre la torre di forma cubica e squadrata dentro la cinta muraria di porta Messina, ma in posizione decentrata. La prima origine è dunque riferibile al periodo arabo, dopo l’invasione di Taormina nel 902 e successivamente ripresa dal 1079 con l’ingresso dei Normanni in Sicilia.

Gli interventi tra XIII e XV secolo – L’aspetto austero ma alleggerito, fa pensare a lavori di ammodernamento costanti, passando dall’epoca normanna, a quella sveva sino al periodo aragonese. In quest’arco di tempo, viene aggiunto il fabbricato merlato, che si trova, entrando nella corte, a sinistra, con al piano terra, il salone del Maestro Giustiziere, in cui si esercitava e amministrava la giustizia in epoca medievale e che si dice fosse collegato ad un passaggio sotterraneo, unito al cortile esterno del giardino alle spalle dell’edificio, che consentiva il trasferimento dei prigionieri. La scala esterna che collega il cortile con il primo piano, è stata costruita nella medesima epoca. Sul parapetto è visibile un altorilievo in pietra di Siracusa, diviso in tre sezioni che raffigurano la “Creazione di Eva”, il Peccato originale” e la Cacciata dal Paradiso”, che talune fonti storiografiche del XIX, hanno voluto spiegare con la funzione di tribunale del palazzo e dunque un invito a ricordare i propri peccati e a liberarsene. Incorniciata sempre nella parte alta della scala, l’altra frase “Esto michi locû refugii”, trascritta in un latino di chiara impronta trecentesca e già contaminato dal dialetto locale. Sopra la porta d’ingresso al primo piano, invece si nota lo stemma con tre stelle, della famiglia spagnola Termes, a cui appartenne il palazzo e che qui esercitava le funzioni di giudice. Lo stemma era stato erroneamente attribuito ad un’altra nobile famiglia, gli Zumbo.

L’opera di edificazione del XV secolo – L’ala destra del palazzo, la più imponente, è databile al primo decennio del 1400 quando viene realizzata la cosiddetta “sala del Parlamento”. Il grande spazio viene ricavato per esigenze legate alla storia e alla diplomazia. Nel 1410, morto in battaglia Martino il Giovane, al quale sopravvive il padre, re Martino il Vecchio, la reggenza è nelle mani della regina vedova, Bianca di Navarra, che per colmare il vuoto di potere generato dalla morte del consorte, e arginare le aspre lotte baronali per la successione, ha tutto l’interesse a riportare l’isola sotto la corona d’Aragona. La regina Binaca indice una seduta parlamentare. La sessione si tiene il 25 settembre del 1411, ma viene disertata da numerose città demaniali tra cui spiccano Catania, Siracusa e Agrigento, che contrastano l’ascesa della potente Messina. Gli spagnoli però che non hanno intenzione di abbandonare il potere in Sicilia, alla morte di re Martino il Vecchio, avvenuta poco dopo tempo da quella del figlio, nominano il nuovo re, Ferdinando I di Castiglia. Il nuovo re, invece di venire lui nell’isola, invia il figlio Giovanni, con funzione di suo rappresentante, nominandolo Viceré. Le spinte autonomistiche sono sedate e si inaugura la stagione dei viceré, che permane sino al 1713.

Il palazzo e la famiglia Corvaja – L’edificio, dal 1538 al 1945, entra a far parte del patrimonio della famiglia Corvaja di cui ancora, in epoca attuale, mantiene il nome. La famiglia di origini spagnole, ha avuto notevole influenza a Pisa e Venezia sino a che nel XVI, alcuni discendenti giungono in Sicilia, trasferendosi a Messina, Catania, e Taormina. Il portone d’ingresso al palazzo, con l’arco ribassato, lla trifora sulla facciata d’ispirazione araba e gli interni hanno mantenuto lo stile del tempo. Nel 1938, la famiglia commissiona un nuovo restauro, così come emerso dalla presenza di un progetto ritrovato fra gli atti dell’archivio storico cittadino. A seguito degli avvenimenti bellici e dopo un periodo d’abbandono, l’edifico viene restaurato dall’architetto Armando Dillon, che gli restituisce l’antica bellezza dello stile gotico fiorito siciliano. Il nome dell’architetto, si legge sulla colonna alla base della scala, nella corte interna insieme alla data, 1946. Prima del restauro, l’edificio era dato in affitto a gente del luogo e infatti, dove è la facciata che dà su piazza Vittorio Emanuele II, al piano terra, c’erano magazzini e anche uno spaccio alimentare che faceva da osteria. Nel 1950, su progetto dell’architetto Giuseppe Sivieri, viene realizzata la sala ottagonale, adiacente al corpo trecentesco.

Il monastero di Santa Maria Valverde – Nelle vicinanze di palazzo Corvaja, si trova la caserma dei Carabinieri di Taormina. L’edificio non ha avuto sempre la stessa funzione ma in passato, questa era la sede del monastero delle Suore Penitenziali Canonisse della Congregazione di Valverde, risalente al 1275 quando già palazzo Corvaja aveva ricevuto la prima sistemazione. Questo monastero era molto importante perché la madre superiora presiedeva, a tutte le case della stessa congregazione che si trovavano in Sicilia, Calabria e Puglia. La piazza antistante era detta piazza della Badia, rinominata Piazza Vittorio Emanuele II dopo l’unità d’Italia, ma che dai taorminesi è tutt’oggi intesa come “piazza Badia”. Le notizie sulla presenza delle monache ad un certo punto si perdono per l’ingresso nel monastero di un altro ordine, quello dei Padri Carmelitani. Questi religiosi, avevano inizialmente in uso, la chiesa di Santa Maria dei Greci, che dedicata alla Madonna del Carmelo, è oggi conosciuta come chiesa del Carmine, sconsacrata e di proprietà del comune. I frati dopo l’emissione di una bolla papale di Innocenzo X, nel 1661, vedono la soppressione del convento. Dal Di Giovanni si apprende che torneranno a Taormina nel 1750, occupando il monastero di Santa Maria Valverde.

La caserma dei Carabinieri e il teatro Regina Margherita – La definitiva soppressione del monastero, reca la data del 1866, quando tutti gli ordini religiosi perdono la loro autorità e il loro patrimonio, che entra a far parte del pubblico demanio. Dopo la soppressione, l’edificio è passato all’Arma dei Carabinieri che lo occupano anche oggi. Nelle vicinanze del monastero, si trovava anche la chiesa che cambiata la destinazione d’uso diventa il teatro Regima Margherita, in onore della moglie di re Umberto I. Molto in voga, tra la fine del XIX secolo e il periodo del secondo conflitto mondiale, qui i signori, gli artisti e lo stile della Belle Epoque si sono dati appuntamento, per mostrare la Taormina proiettata verso il turismo. Il teatro è stato abbattuto nel 1960, per lasciare spazio al nuovo progetto del Palazzo dei Congressi dell’architetto Giuseppe Sivieri che ha progettato anche la sala ottagonale di palazzo Corvaja. Ma in molti, ricordano anche che tra il vecchio teatro Margherita e la caserma dei Carabinieri, c’era il mercato comunale coperto.

Le terme romane confinanti con il monastero – Palazzo Corvaja e l’ex monastero di Santa Maria Valverde, sorti nella zona del foro, hanno riservato interessanti scoperte archeologiche, che permettono di studiare e comprendere le varie stratificazioni storiche da cui è stata interessata la città. Nei terreni adiacenti all’ex monastero, dal lato settentrionale, sono stati scoperti i resti di terme di epoca romana, risalenti al I-II secolo d. C. le terme romane sono visibili passando tra la caserma dei Carabinieri e il Palazzo dei Congressi. È un complesso molto importante per grandezza, di età romana imperiale con tre grandi ambienti affiancati, in struttura laterizia dove erano presenti il frigidarium (la vasca per i bagni freddi); il tepidarium e il calidarium per i bagni tiepidi e caldi. Il pavimento ad “ipocausto” serviva a veicolare l’aria calda, ottenuta da fuochi accesi sotto di esso. Gli ambienti erano in numero maggiore e risultano inglobati nelle abitazioni sorte nell’area e che fanno parte della zona detta la “Zecca”.

La scoperta di uno dei rendiconti finanziari – Durante lo scavo delle terme romane, nel 1964, la professoressa Paola Pelegatti, ha rinvenuto un rendiconto finanziario, facente parte del corpus di iscrizioni pubbliche di epoca greca, in mezzo ad altro materiale lapideo, proveniente da precedenti manomissioni del sito. Possibile che l’epigrafe si trovasse nella zona di Bagnoli, dove sono stati ritrovati altri rendiconti finanziari e che sia stato spostato all’agorà. Il rendiconto comunque, appartiene al gruppo più antico di quelli ritrovati. Tuttavia tra le spiegazioni plausibili, vi è quella data dal Dottor Francesco Muscolino, il quale in uno studio sulla zona di Bagnoli Croce e i vari ritrovamenti archeologici che l’hanno interessata, ha evidenziato «che un fondo agricolo, facente del patrimonio del monastero di Santa Maria Valverde, si trovava nella località detta Bagnoli, nei pressi della zona di rinvenimento di altri rendiconti finanziari e della tavola degli Strateghi». Dunque il blocco scoperto da Paola Pelegatti, alle terme romane, poteva trovarsi in zona Bagnoli ed esser stato spostato al monastero per un successivo riutilizzo.

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