La questione Assad sullo sfondo della guerra allo Stato Islamico – Mentre la città di Kobane si avvia ad essere liberata dai miliziani dell’Is grazie a un utilizzo più massiccio dei raid aerei da parte della coalizione internazionale, oltre alla stoica resistenza dei combattenti curdi, con l’occhio di rimando si guarda già a un’altra questione pesantemente sul campo nella vicenda bellica in Medio Oriente: il destino del presidente siriano Bashar al-Assad. Gli Stati Uniti, infatti, non stanno armando solo i combattenti curdi contro gli jihadisti. Stanno facendo lo stesso anche con i ribelli siriani, in chiave doppia: combattere l’Is e poi rivolgere quelle stesse armi contro Assad. Deporre il presidente siriano, secondo molti osservatori, è l’obiettivo finale dell’intervento armato in Siria. Con le buone, “abbiamo cacciato lo Stato Islamico dal tuo Paese, ora tu, che hai usato le armi chimiche contro il tuo popolo, per favore prendi baracca e burattini e te ne vai”, oppure con le cattive, “bene, visto che non te ne vai, noi continuiamo a foraggiare i tuoi oppositori finché non ti cacciano loro”.

Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita verso l’addestramento dell’opposizione siriana – E questa partita gli Stati Uniti non la stanno giocando da soli. Al fianco hanno la Turchia, che almeno in questo si mostra alleato attento e collaborativo, e l’Arabia Saudita. Lo dicono voci dirette del Dipartimento di Stato di Washington. Proprio nei giorni scorsi, il generale americano John Allen e il suo vice Brett McGurk, che comandano la coalizione anti-Is, ne hanno approfittato per fare un salto ad Ankara e rinnovare a Erdogan le richieste di un suo maggiore impegno nella guerra contro l’Is. Perché, ha fatto sapere Allen, in ogni caso l’addestramento delle forze contro Assad richiederà qualche anno. Nel frattempo, dunque, la Turchia si guadagni il premio tanto desiderato, la testa del presidente siriano, mettendoci più di una mano contro gli jihadisti. E’ una questione di fiducia, quella che gli Usa cercano in Erdogan e quella che Erdogan non ripone negli States. La linea di Ankara infatti non cambia: o mi assicurate di abbattere Assad o io in guerra contro l’Is non ci vengo. E per farlo capire meglio non concede le sue basi militari, che farebbero tanto comodo agli Usa nell’azione contro i miliziani. Una concezione un po’ particolare dello status di alleato.

Anzi no, gli Stati Uniti forse ci ripensano – Abbattimento di Assad che tuttavia è oggetto di qualche ripensamento da parte della Casa Bianca. Non tanto nell’obiettivo, quello resta, quanto nel metodo. Proprio quello, cioè, di continuare ad armare l’opposizione siriana. Secondo l’International Business Time, infatti, la Cia avrebbe presentato a Obama un rapporto nel quale snocciola la lunga storia dei rifornimenti statunitensi a forze che dovevano combattere il nemico di turno. Dalla Grecia a Cuba, dalla Nigeria alla Somalia, fino all’Afganistan. Una serie quasi perfetta di fallimenti. Quasi, perché almeno il primo tentativo, quello greco, riuscì, col governo di Atene che soppresse un’insurrezione comunista grazie al supporto americano. Anche in Afghanistan riuscì, col piccolo dettaglio che però quell’operazione si rivelò un boomerang. I talebani infatti sconfissero sì l’Armata Rossa, ma si rafforzarono grazie agli armamenti americani e costituirono Al-Qaeda, cosicché, quando nel 2001 l’esercito a stelle e strisce tornò in Afghanistan, si ritrovò contro le stesse facce che aveva rifornito di armi un ventennio prima.

Armare o intervenire, questo è il problema – Dal momento che questo boomerang è abbastanza ricorrente nel rapporto della Cia, Barack Obama starebbe considerando di ridurre o fermare le elargizioni di armi ai ribelli siriani (e magari, cosa richiesta a gran voce dal governo di Baghdad, anche ai curdi). Il pericolo che, una volta sconfitto l’Is, essi vadano ad allearsi con formazioni integraliste del calibro di al-Nusra è piuttosto concreto. Ma smettere di armarli sarà possibile solo se prima si troverà una soluzione alternativa per la guerra all’Is. Come la mettiamo se non diamo più armi agli unici che finora stanno combattendo sul campo contro gli jihadisti? La prima risposta che viene in mente, ovvero l’intervento di terra delle forze americane, non è minimamente contemplato dalla Casa Bianca. Casa Bianca che a questo punto si trova davanti a un bivio e dovrà metterci molta fantasia per decidere quale sia la strada migliore da imboccare.

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