Sul filo della persecuzione – C’è un filo rosso che collega due aree attraversate, con intensità e ragioni diverse, da conflitti armati che si protraggono ormai da diversi mesi. Dall’Ucraina al Medio Oriente, dalla Crimea alla Siria, le persecuzioni religiose non conoscono colore. O meglio, li conoscono tutti. Se siamo infatti ben consci e informati del fatto che nello Stato Islamico i cristiani sono costretti a fuggire, oppure a pagare la tassa per non musulmani se scelgono di restare, meno nota ci è la vicenda dei musulmani di Crimea, quella comunità tatara che era stata deportata in massa da Stalin durante la seconda guerra mondiale. Rientrati tra mille difficoltà in Crimea, loro terra di elezione da quando stabilirono il loro Khanato nel 1441, i tatari, turchi di origine, ora vivono sulle rive del Mar Nero dalla fine degli Anni Sessanta e rappresentano oggi circa il 12% della popolazione della penisola.

Dopo il referendum ricomincia l’inferno – Autonomia della Crimea ha significato autonomia anche per loro, che hanno convissuto più o meno in pace con l’etnia russa e con quella ucraina soprattutto nella zona sudorientale della regione. E la loro contrarietà all’annessione alla Russia di Putin oggi si svela in tutte le sue ragioni. Dopo il “discutibile” (eufemismo) referendum con cui lo zar ha ottenuto la Crimea il 16 marzo scorso, i rappresentanti dei tatari hanno parlato di intimidazioni e aggressioni fisiche, fino a denunciare la scomparsa di 18 membri della loro comunità. Più l’uccisione certa di un venticinquenne, sparito lo scorso 29 settembre e ritrovato morto pochi giorni dopo in un sanatorio abbandonato a Evpatoria.

La messa la bando della letteratura islamica – La campagna persecutoria si è svolta anche attraverso perquisizioni, non solo nelle abitazioni ma anche nelle sedi della rappresentanza tatara. Fino alla chiusura del Majilis, il loro organo di rappresentanza ufficiale. Quello che Sinferopoli cerca sono libri della letteratura islamica, banditi dalla legge della Federazione Russa. “Chiediamo ai musulmani in possesso di tale materiale di consegnarlo alle autorità religiose nel corso dei prossimi tre mesi”: con questa dichiarazione dello scorso settembre, riportata dall’agenzia Interfax, il presidente della Crimea Serghei Aksenov ha sospeso le perquisizioni e posto un limite. Fino al 31 dicembre la consegna sarà volontaria, dall’1 gennaio 2015 tutto dovrà essere conforme alla legge russa e scatteranno così le perquisizioni di massa.

Intolleranza senza confini – La lista dei libri vietati verrà pubblicata sulla stampa e partirà una campagna d’informazione per la popolazione tatara. Che però non si fida, abituata com’è ad avere da secoli qualcuno alle calcagna. Il tutto nel silenzio assoluto della comunità internazionale, troppo concentrata sulle persecuzioni di segno opposto perpetrate a qualche migliaio di chilometri di distanza dai miliziani dello Stato Islamico nei confronti dei cristiani. E non c’è dio che tenga, quando nel suo nome, qualunque esso sia, si pratica l’intolleranza e si tenta l’annullamento del diverso. Un annullamento non per forza fisico, ma prima ancora identitario, di quell’intimità spirituale a cui tutti abbiamo diritto ma che diventa motivo di sfregio quando la religione è vissuta come contrapposizione. Una contrapposizione radicale allorché è vista come asse portante di un’interpretazione umana dei testi sacri fallace, strumentale, esasperata. Ci sembra il Medio Evo ma il Medio Evo non è, perché l’intolleranza è tradizione, è educata e tramandata. Che abbia una mezzaluna sul petto o una croce al collo nulla importa. E’ la zavorra dell’umanità, che la tiene costantemente inginocchiata sul fondo dei suoi istinti più crudi.

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