Art Tatum è ampiamente riconosciuto come uno dei più grandi pianisti jazz di tutti i tempi, un virtuoso dal talento naturale che ebbe una grande influenza su tutti i pianisti jazz della sua era, ma anche di quelli che lo hanno seguito. E’ stato acclamato per la competenza tecnica delle sue performance, che hanno fissato un nuovo standard elevato per quello che viene definito il virtuosismo di un pianista jazz. Il critico e storico Musicale, Scott Yanow,  scrisse: «La prontezza di riflessi di Tatum e l’immaginazione sconfinata che metteva nelle sue improvvisazioni, piene di idee nuove (e talvolta anche lanciate verso il futuro)  lo hanno sempre proiettato molto più avanti dei suoi contemporanei». Ma tra gli aneddoti che più la dicono lunga sulle sue capacità tecniche ce n’è uno molto interessante di cui ci narra Ira Gitler, altro storico del jazz.

In uno dei tanti “Cutting contest”, che erano una sorta di gara di virtuosismo in cui  grandi pianisti si lanciavano delle sfide partendo da un brano intorno al quale si improvvisava e che si sono svolti fino agli anni ’40 tra gli interpreti di grosso calibro, uno dei partecipanti in una serata al Birdland, Bud Powell, che non era certo un pivellino, disse a Tatum «uomo, ho intenzione di mostrarti veramente cosa è il tempo e come si suona veloce. Ogni volta che vuoi». E Tatum flemmatico come sempre gli rispose sorridendo: «Guarda vieni qui domani e tutto quello che tu fai con la mano destra, io lo farò con la mia mano sinistra». Bud Powell non raccolse la sfida.

Le sue capacità tecniche erano straordinarie, ma alle volte i critici, che non mancano mai, lamentavano in lui una sensibilità troppo barocca. Certo il suo è un jazz che oggi può apparire troppo “old style” e non viene ripreso con facilità dagli esecutori odierni, ma questo perché il vocabolario della sua tastiera non era facilmente assimilabile già ai suoi tempi, proprio per la velocità e la naturalezza con cui il suo gesto nascondeva le reali difficoltà del suo fantastico modo di alterare, affettare, e sminuzzare le progressioni delle sue modifiche. I cultori della musica jazz del nuovo millennio sono molto legati alle nuove dinamiche tecnologiche, che esaltano il timbro e le caratteristiche del suono e non amano i suoni graffiati dei vinili che ci sono rimasti. Probabilmente è a questo che è dovuto il fatto che un genio simile, pur non essendo uno sconosciuto, rimane noto solo agli addetti e non ai più. Anche se tanti pianisti, crediamo, continuano a tenerne d’occhio le evoluzioni tecniche, studiandole al rallentatore e, magari, anche a ragione, ritengono che il cuore del jazz non è in un virtuosismo esasperato, al giorno d’oggi per vari motivi nessuno sembra in grado di prenderne il posto.

Ma perché ragioniamo intorno a questa figura pur straordinaria di pianista, che ha imparato a suonare ad orecchio in maniera istintiva fin da bambino? Per vari motivi e uno di questo è che ha creato uno stile. Uno stile nato da un genio naturale che giocava con le armonie in modo del tutto inedito coprendo con estrema facilità l’ampiezza di tutta la tastiera. Le sue interpretazioni delle canzoni popolari erano esuberanti, sofisticate e complesse. I cosiddetti assoli nel 1930 non si erano ancora evoluti in improvvisazioni così estese e di libero respiro, che più avanti nell’epoca bebop degli anni ‘40, ‘50  trovarono la massima espressione. Però i musicisti jazz stavano cominciando a incorporare l’improvvisazione durante il gioco sui cambi di accordo di brani e Tatum ne era un leader nato. Il suono di quelle grosse mani giocose è attribuibile sia alla sua inventiva armonica sia all’abilità tecnica, che dicono gli derivasse dall’aver imparato ad orecchio ascoltando le esecuzioni su un pianoforte meccanico posseduto dalla madre. Si sa che i produttori di quei pianoforti nel registrare i fori del meccanismo che ne permetteva l’esecuzione a volte usavano due pianisti e addirittura ne acceleravano la velocità. Evidentemente quel bambino gioioso, solo per il fatto di suonare, crebbe con la convinzione che quella fosse la velocità naturale da imitare e crescendo imparò a farlo con una modalità che dava a tutti la sensazione che si muovesse anche poco. Articolava poco le dita e non si lasciava andare a movimenti che i pianisti moderni a volte esasperano nell’esecuzione, ma il risultato era la musica superba che produceva.

Ha fatto poi  crescere nella sua scia una generazione di pianisti e compositori del jazz. Con le sue innovazioni  tra le quali l’ampio uso della scala pentatonica influenzò notevolmente pianisti jazz come Powell, Thelonious Monk, Oscar Peterson, Billy Taylor, Bill Evans, Tete Montoliu e Chick Corea, ma in fondo, quello che sorprende, più di tutte le sue innovazioni e del suo mirabile virtuosismo tecnico, è il semplice fatto che Art era cieco. Si, cieco fin dalla nascita, anche se era ipovedente con uno dei due occhi, e questo apre due splendide vie prospettiche. La prima è che il desiderio e la gioia portano alla raccolta di energie sovrumane intorno ad ogni progetto e sciolgono le difficoltà con la semplicità del piacere. La seconda è, senza dubbio, lo sviluppo di una sensibilità particolare per i ciechi e gli ipovedenti, specialmente nell’ambito musicale, ma questo non lo scopriamo con Art Tatum. Da ciò si deduce che niente è impossibile, pure se la maggior parte dei pianisti preferisce avere gli occhi e allenare la sensibilità in altra maniera. Se Tatum, che era cieco, è riuscito a diventare un mito del jazz, per l’umano esiste un vastissimo raggio di espansione delle sue possibilità evolutive, in tutti i settori. Basta crederci.

Foto: Phil Stern’s

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