Per tanti anni l’arte pittorica ha inseguito quello che sembrava un grande potere della fotografia, cioè la capacità di riprodurre delle immagini con la fedeltà più assoluta, che rimanda la luce. Ingannata da questa possibilità enorme di credibilità, ci si è avventurati in questa ricerca, e tra i primi che provarono a sfruttare le potenzialità dalla macchina fotografica c’è sicuramente Salvador Dalì. Alcune delle sue straordinarie intuizioni surrealiste erano suffragate dall’ausilio di immagini confortate dall’aiuto della riproduzione fotografica, con le quali poteva avvicinarsi tantissimo alla riproduzione del reale. Negli ultimi anni poi gli Iperrealisti hanno decisamente provato a perpetrare il grande inganno che avrebbe creato in tutti stupore tranne nel grande Platone che, con tutti i suoi difetti, era arrivato a capire la dimensione vera in cui si deposita il “realmente” reale, di cui l’arte sarebbe comunque superficiale rappresentazione.

Accertare che questa superficialità corrisponda all’essenza primaria di ogni arte è un dato che adesso non possiamo indagare. Ciò che è importante notare è che adesso, sulla scia di questa comprensione, è la fotografia che comincia ad inseguire quella che è una delle caratteristiche precipue dell’arte pittorica, cioè la rappresentazione di ciò che altrimenti non è possibile rappresentare. Le complicanze di carattere metafisico pure vanno lasciate da parte, perché qui ci tocca indagare sull’operato di uno dei fotografi “eretici” che hanno intrapreso con felicità questa strada.

Franco Fontana si è definito da solo “eretico”. «Ho scelto il colore quando tutti fotografavano in bianco e nero, i paesaggi e le città invece dei reportage di carattere politico o sociale. Sono stato sempre un eretico». Abbiamo sempre attribuito alla parola “eresia” un significato negativo, per il semplice fatto che essendo tutti figlioli di un estrazione culturale cattolica, l’abbiamo legata a quei brutti momenti della storia della nostra chiesa in cui chi professava idee discoste da quelle canoniche veniva definito eretico. In realtà eresia, e per un certo verso a questa cosa siamo condannati, è una parola che deriva dal greco. αἵρεσις (haìresis), derivato a sua volta dal verbo αἱρέω (hairèō), che significa afferrare, prendere o anche scegliere. In questo senso Fontana, classe 1933, è eretico.

Scelse nei primi momenti della sua carriera fotografica, iniziata come amatore, di dare prevalenza al colore, cosa che era considerata non molto interessante da parte di una scuola di fotografia “alta”.

E lui cosa fa in realtà con questa scelta? Comincia a dipingere con la fotografia. Dipinge perché la forza delle sue cose è proprio nel colore, che è l’arma fondamentale dell’emotivo pittorico, e poi si diverte a ricercare un astrattismo che prima in fotografia era ricercato solo con il bianco e nero. Ma soprattutto porta avanti una delle tematiche più care ai pittori, che è quella di un espressionismo che Flavio Caroli intravede nella via dell’anima, e che infatti si traduce in un avvicinamento chiaro a quelle che sono le più note correnti pittoriche del secolo scorso. «Non esiste quello che vedete, esiste quello che fotografate», disse chiarendo ancora di più il fatto che ci troviamo sempre di fronte ad un punto di vista quando si intraprende la via di una rappresentazione di una realtà che è sempre la propria.

In questa prima grande retrospettiva, “Full Color”, che si è aperta il 15 ottobre al Palazzo Incontro di Roma, in cui 130 fotografie ci raccontano della sua grande avvincente carriera internazionale, ci troviamo di fronte a colori accesi e brillanti da apparire a volta irreali, a tratti iperreali e altre volte addirittura onirici di un vero ancora più vero del reale. Siamo di fronte a dimensioni in cui l’uomo non trova spazio nella rappresentazione se non con delle fugaci apparizione legate all’idea della sua presenza. La mostra propone i paesaggi degli esordi degli anni ’60 , passando per le diverse ricerche dedicate ai paesaggi urbani, alle piscine e al mare, tutto collegato da un’esigenza di rappresentazione pittorica. Si intravedono paesaggi urbani che ricordano gli esperimenti cromatici di Mondrian, e paesaggi naturalistici che provano le atmosfere di puro colore di Rotko.Dalle suggestione dei nudi fino alla serie delle piscine, lo sviluppo cromatico si annoda intorno all’albero dell’astrattismo contemporaneo, in cui si trova il collegamento tra la rappresentazione, la realtà e la messa in scena. Una piccola consolazione per chi ha il desiderio di fare qualcosa oltre la semplice fotografia: l’arte non ha preferenze cromatiche, l’unica forma di energia che gioca pesante è la luce.

© Riproduzione Riservata

Commenti