Berlino inizia ad aver paura di tirare un calcio di rigore – La linea del rigore a tutti i costi comincia a scricchiolare anche in Germania, mostrando di non avere proprio tutte le carte in regola per gestire positivamente una crisi globale. Per portare un Paese fuori da essa, insomma, specie se quel Paese è inserito in un contesto internazionale nel quale esso stesso cerca di imporre la medesima linea “lacrime e sangue”. «Ce lo chiede l’Europa» iniziano a dirlo anche a Berlino, ora che la Commissione europea ha cominciato a sollecitare il governo tedesco a varare misure strutturali che rilancino l’economia a partire dai consumi. Perché il margine dell’azione di contenimento e protezione da parte della Bce è ormai risicatissimo e, come per Italia, Spagna e Francia, la possibilità di tirarsi fuori dalle secche resta tutta nelle mani dei governi centrali.

Frenano le auto tedesche e con loro tutta la Germania – Rilancio dei consumi è espressione che poco si concilia con quella metafora calcistica del rigore con la quale sdrammatizziamo la visione merkeliana dell’economia in questa fase, ma se guardiamo ai numeri, come piace fare ai teutonici, non è che emergano grandi possibilità di scelta per la Cancelliera e per il suo ministro Wolfgang Schaeuble. Tutte le stime negative sull’andamento della Germania non si sono confermate nella realtà, nel senso che la realtà è andata peggio delle previsioni. La stangata sulla produzione industriale di agosto, per esempio, ancora risuona nell’aria di Berlino, e a poco serve considerare che quest’anno le ferie scolastiche tedesche sono state spostate da luglio ad agosto, con un conseguente fisiologico calo di tutte le produzioni. Le stime davano una frenata dell’1.5% e invece è andata quasi tre volte peggio, con un -4.3%. Dato che riflette un problema strutturale e che ha trascinato a -1.8% anche la cifra della produzione industriale dell’intero continente. A pesare, principalmente, è stato il settore trainante dell’economia tedesca, quello dell’automobile: -25% ad agosto, la flessione peggiore degli ultimi 30 anni.

Con la recessione dietro l’angolo – Insomma, la locomotiva della Germania frena la locomotiva dell’Europa. E infatti anche altri indicatori economici non se la passano bene. Storia di oggi: il governo tedesco taglia le stime di crescita per quest’anno dall’1.8% all’1.2% e quelle per l’anno prossimo dal 2% all’1.3%. In poche parole, la Germania si guarda allo specchio e ritorna sulla Terra. Anche se guardarsi allo specchio pare non sia proprio lo sport nazionale preferito a Berlino: «siamo in difficoltà per via della congiuntura mondiale, economica e geopolitica, che mina le nostre esportazioni e aumenta l’incertezza» – ha detto Sigmar Gabriel, ministro dell’economia targato Spd. Il rischio di recessione tecnica, però, è dietro l’angolo, perché se accadesse quanto paventato da Clement Fuest, presidente dell’istituto economico Zew, «non si può escludere una crescita negativa in Germania nel terzo trimestre», ciò si andrebbe a sommare al -0.2% del secondo trimestre, certificando la recessione.

Gli investitori tedeschi viaggiano con prudenza – Dati e prospettive che non rassicurano certo gli investitori tedeschi. Ancora storia di oggi, con l’istituto Zew che ha dovuto mettere addirittura il segno negativo davanti al dato numerico della fiducia degli investitori di Germania. Meno 3.6, rispetto al più 6.9 di settembre. Anche questo, manco a dirlo, peggio delle previsioni, che lo davano sostanzialmente a zero. Si tratta del decimo calo consecutivo, il che la dice lunga sul clima che si respira negli ambienti economici di Berlino, ai quali, adesso, è richiesto un cambio di passo deciso, a partire dalla filosofia con la quale si approcciano ai momenti di crisi. Continuare sulla linea del rigore potrebbe pietrificare i segni meno davanti a tutti gli indici di rilevazione economica, cosa che non aiuterebbe di certo l’intera Unione Europea a risollevarsi dalle sabbie mobili. Nelle quali sabbie mobili ha contribuito a mettercela anche una politica rigorista imposta a livello sovranazionale. «Ce lo chiede l’Europa» dovranno imparare a pronunciarlo anche in Germania, ma con un riferimento che col dischetto dagli undici metri non ha proprio nulla a che vedere.

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[Foto: Ansa/Olivier Hoslet]

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