Una vita in un curriculum – In un periodo di grande crisi economica è normale che i curriculum vitae presentati dai vari cittadini alla ricerca di un lavoro, tendano ad aumentare. Ognuno, ormai, nel proprio computer ha un foglio del genere salvato. I modelli europei sono quelli più diffusi e così per un colloquio in un’azienda, per un progetto in una scuola o per una giornata di dialogo tra enti di formazione e mondo del lavoro, il curriculum è lo strumento essenziale, dal quale non si può prescindere. Spesso vengono compilati con superficialità, ma nelle maggior parte dei casi sono oggetto di grande attenzione da parte dei diretti interessati che per completarlo in maniera corretta scomodano amici, parenti e addirittura degli esperti. Nell’epoca della velocità vedere sintetizzata tutta la vita in due fogli fa impressione, è riduttivo. Però è questo quello che chiede la società e al momento non c’è un’alternativa seria. Il curriculum viene prima del volto di una persona, del suo essere.

Nell’Italia dei raccomandati hanno un senso i curriculum? – Il segreto per compilare in maniera corretta una presentazione, è quello di essere sintetici e chiari. Si potrà aver svolto una serie infinita di lavori, ma ciò che conta è ricordare quelli più importanti e significativi. Non bisogna tralasciare la sezione degli studi e neanche quella delle competenze linguistiche e informatiche. Da non dimenticare, inoltre, di inserire eventuali pubblicazioni. A questo punto occorre porsi una domanda: tutto ciò serve davvero per trovare un lavoro? Nell’Italia del familismo, della politica come mezzo per trovare un’occupazione e dei raccomandati, la risposta non può che essere negativa. La meritocrazia, al momento, non ha alcun valore. Non è applicata e se lo fosse i curriculum vitae avrebbero un certo peso. Almeno verrebbero presi in considerazione. Invece, al pari delle tesi di laurea nelle facoltà italiane, fanno da tappezzeria al Paese. Sono un simbolo della passione per la burocrazia, per le carte. Un esempio di come illudere ragazze, ragazzi e meno giovani che sperano di trovare un lavoro tramite le loro competenze.

La difficoltà delle aziende impone maggiore chiarezza – Il gesto di consegnare un curriculum nelle mani di un addetto alle risorse umane di un’azienda o di un esercizio commerciale, è un qualcosa che tranquillizza la psicologia del disoccupato. Si rilassa. Meglio non pensare a cosa succederà a quel foglio, quando la persona in cerca di lavoro uscirà dalla stanza o dal negozio. Quello che è accaduto al Job meeting a Napoli, manifestazione promossa da aziende di vari settori per dare la possibilità ai giovani di accedere a stage, orientamenti e ipotetici posti di lavoro, è soltanto un esempio di quello che accade su larga scala. Il gesto di portare il curriculum a un datore di lavoro rischia di non avere alcun senso e peggio è inviarlo tramite internet. In questo caso i nuovi mezzi di comunicazione non aiutano. Certo, anche le aziende e i singoli commercianti vivono un periodo difficile, complicato. Devono lottare ogni giorno con mille cavilli burocratici e con l’eccessiva pressione fiscale, ma gettare in un cestino centinaia di curriculum non è rispettoso, è una presa in giro. Allora occorre essere chiari a priori, senza illudere nessuno ed esplicitare cosa si cerca, considerando come la miriade di laureati italiani, a causa del sistema degli ultimi decenni, possiede competenze non richieste e ritenute “inutili”.

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