I numeri dell’allerta – Mentre in Africa occidentale la viralità del contagio sembra rallentare, in America e in Europa impazza la psicosi da Ebola. La diffusione del virus negli ultimi giorni è calata, spigano dall’Oms, ora che i numeri dell’epidemia sfiorano i 10 mila contagiati, con un tasso di mortalità di quasi il 70%. Segnali di miglioramento che non devono far calare l’allerta, perché entro la fine dell’anno, prevede sempre l’Oms, si potrebbero raggiungere i 10 mila contagiati alla settimana nelle zone più colpite, se non si interviene immediatamente. Ora il ritmo è di mille a settimana.

I tempi stretti e il rischio psicosi – Un’urgenza evidenziata anche dal presidente Usa Barack Obama, che sta pensando di istituire un “superministro” che si occupi appositamente del fascicolo “Ebola”. <<Non stiamo facendo abbastanza>> – sostiene Obama <<la malattia va sconfitta in Africa>>. Ma intanto, fuori dall’Africa, la paura monta. Giusto ieri, ad esempio, un episodio avvenuto proprio in Italia ha dimostrato quanto sia alto il livello di allerta e quanto possa essere sottile il confine con la psicosi. Un aereo partito da Istanbul alla volta di Pisa ha fatto scalo d’emergenza a Fiumicino per il malore di due passeggere, madre e figlia, di origine bengalese. Febbre alta per la madre, la più grave, ma i test sono risultati negativi e anche gli altri passeggeri, sottoposti a quarantena, hanno potuto riprendere il volo. Le due donne non provenivano, né avevano ragione di provenire, dalle zone più colpite dal virus.

La preparazione dei medici nelle strutture dei Paesi avanzati – Dal momento che il contagio avviene unicamente per contatto con liquidi biologici infetti, quali sangue, urine o feci, l’allerta maniacale è giustificata nell’ambito medico e infermieristico. Il dibattito sulle misure di sicurezza, sul loro rispetto e sul grado di preparazione del personale ferve un po’ ovunque, ma in particolar modo in Germania, Spagna e Stati Uniti, ovvero i Paesi nei quali Ebola è arrivato davvero e ha causato vittime. Il caso di Teresa Romero, l’infermiera spagnola che ha contratto il virus toccandosi il viso coi guanti di lattice infetti, ha posto l’attenzione sulle procedure di svestizione del personale a contatto coi malati. La Romero, infatti, si sarebbe contagiata mentre si toglieva gli abiti di protezione. Caso simile quello di Dallas. <<L’estrazione del vestiario protettivo è la fase più critica>> – spiega Gerd Fätkenheuer, presidente della Società Tedesca per le Malattie Infettive – <<e va allenata intensamente. Ogni passaggio deve essere rispettato nella sequenza corretta. Specialmente la rimozione della maschera protettiva deve essere operata con grande concentrazione, dato il possibile contatto col viso>>. Naturalmente questa delicata procedura è stata più difficile da rispettare in Africa nel pieno dell’emergenza, quando gli infermieri lavoravano con grande frenesia tra i malati. Fuori dal continente nero può e deve avvenire tutto decisamente con più calma.

La tecnologia non basta – Non è solo la preparazione del personale, però, a essere sotto la lente d’ingrandimento in questi giorni. In Spagna, ad esempio, un medico si è lamentato perché aveva le maniche della tuta protettiva troppo corte, che col movimento rischiavano di lasciare scoperte le braccia all’altezza dei polsi. E ciò ha contribuito a fornire qualche risposta alla domanda: <<Com’è possibile che siano avvenuti contagi all’interno di strutture così tecnologicamente avanzate?>>. Una possibile risposta recita che, per quanto si possa essere scientificamente e tecnologicamente avanti, non bisogna avere la presunzione di pensare che solo questo fatto in sè basti ad evitare di contrarre il virus. I dettagli vanno curati in ogni minuzia, anche perché qui, a differenza dell’Africa, è possibile controllare con attenzione ogni passaggio senza timore di perdere del tempo. Se all’esterno delle strutture ospedaliere si eccede un po’ con gli allarmismi, all’interno di esse, dove il virus può arrivare davvero, nulla può essere lasciato al caso o alla disattenzione. Nemmeno togliersi una mascherina o aggiustarsi una manica troppo corta.

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