Ci sono dei momenti in cui ogni legge morale, non necessariamente scritta, ma comunque profondamente riconosciuta dalla coscienza, si scontra con esigenze ancora più profonde dell’umano che hanno a che vedere con la conservazione della propria integrità fisica e mentale. Si intende qui una integrità che si abbraccia ad una ricerca della propria serenità, o del proprio piacere, ma anche a volte si avvolge intorno una serena riflessione sul proprio dolore. Parliamo del cosiddetto senso del dovere, un sentimento che ci impone di osservare gli impegni che abbiamo contratto con il sociale, con gli altri in generale e con le persone a noi più care. Una forza che ci porta a rispettare il patto che abbiamo stretto con la società per assolvere i nostri compiti, mantenere i nostri impegni, e i nostri obblighi, mettere in campo le nostre energie per far fronte alle nostre responsabilità.

La lista delle cose da fare nella nostra giornata tipo si impone con forza all’attenzione, però ci sono dei momenti in cui altri sentimenti prevalgono su questo imperativo che arriva dal profondo del nostro interno. Spesso ciò che gli altri si aspettano da noi riesce ad avere il sopravvento anche su certi momenti in cui il corpo emotivo sembra ribellarsi a questo imperativo. Che lo spettacolo debba continuare ad esempio è uno dei modi di dire che più incarna questa obbedienza ad un codice sociale che va ben oltre le proprie più strette esigenze. E infatti, per un attore la prima in teatro è sempre qualcosa da anteporre anche ai lutti peggiori.

La parola “devo” funziona benissimo in un ambito gerarchico, in ambienti cioè dove per forza di cose deve esistere qualcuno che decide cosa è giusto fare. Sarebbe poco prudente se di fronte ad un paziente che arriva al pronto soccorso, il medico di turno si mettesse a chiedere all’infermiere cosa ritiene sia giusto fare. Infatti, l’etica militare, che è uno degli ambiti dove la parola dovere acquista il senso più congruo, risponde ad un imperativo categorico che si articola in tre direzioni precipue. Uno è il rapporto del soldato con i commilitoni, un altro è il rapporto con il nemico, e l’ultimo è il rapporto con i civili. Cosa leggermente diversa è il dovere di carattere tipicamente militare legato ai gradi di comando, che viene da un ordine al quale bisogna obbedire pure se esso pare decisamente inopportuno

Oggi non avremmo dovuto scrivere per forza un articolo, come forma di rispetto per i commilitoni, che poi sono il direttore, l’editore e i redattori, e nemmeno per i nemici o per i civili, che un po’ sono come gli spettatori che avendo pagato un biglietto per assistere ad uno spettacolo, non si aspettano che si possa venir meno all’impegno perché magari quel giorno le scatole non ci girano per il verso giusto, ci è morto il gatto, oppure ci siano problemi ben più seri. Sta di fatto che quando meno te lo aspetti si presenta il peso di certe situazioni, che portano chiunque a sentirsi ingabbiato emotivamente, perché certi doveri ai quali non ci si può sottrarre sembrano togliere ogni potere decisionale; ci si riferisce, sia chiaro, ai comandi che arrivano dal nostro interno, che sono quasi sempre più seri e più forti dei comandi di un sergente qualunque.

Non era presente l’obbligo di chi è costretto a fare delle cose per forza, di chi è abituato a subire delle imposizioni, che spesso de-responsabilizzano, ma anzi il contrario una forte responsabilità. La consapevolezza di sapere di essere in grado di trovare delle soluzioni. Permaneva però il forte disagio che sempre appare quando si è spinti, specialmente da un forte codice interno, a ottemperare agli obblighi che ci si è autoimposti. Come fare a trasformare quel senso di disagio in una energia propositiva? Come trovare le motivazioni per un senso di responsabilità che vada oltre il potere del sociale e del dovere civile, ci siamo detti?

Esattamente come fanno alcuni “motivatori”, che convincono i titolari di azienda e i grandi manager a usare il verbo volere, al posto del verbo dovere. E quando abbiamo fatto questa domanda al nostro essere interiore, cioè se volevamo scrivere qualcosa e abbiamo fatto caso a come risuonava meglio la cosa, esattamente come suona meglio a chi viene chiesto se vuole fare una cosa invece di dirgli che deve farla, ci siamo resi conto che il piacere era proprio nello scrivere puro, nel mettere insieme le parole, anche senza un movente preciso, semplicemente perché il fare scioglie ogni incapacità di resilienza. E fa guardare in maniera positiva agli eventi traumatici, e alle difficoltà. Trasformando il dovere in un volere si sono sciolte le gabbie emotive e le parole si sono messe a giocare tra di loro fino ad arrivare a un numero che faceva di loro una specie di articolo. Non sappiano se si può dire, ma sembra bello, the knowledge must go on!

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[Immagine: Dovere e Piacere/Natascia Pannone]

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