Le opposizioni e l’obiettivo di modificare il Jobs act – E’ trascorso qualche giorno dall’approvazione al Senato del Jobs act e il mondo della politica pensa già al suo passaggio alla Camera dei deputati. In questo percorso, si augurano le opposizioni, il ddl sul lavoro potrebbe essere discusso e modificato in alcuni punti. Si spera che l’esecutivo non decida di imporre il voto di fiducia anche nell’altro ramo del Parlamento. E’ l’ultima opportunità per i partiti non governativi di ostacolare la riforma del welfare. Come si è potuto notare, però, non ci sono soltanto Forza Italia, il Movimento Cinque Stelle, la Lega Nord, Sinistra Ecologia e Libertà e Fratelli d’Italia a tentare di non far passare o snaturare il Jobs act, in questa lunga lista deve essere inserita anche la minoranza del Partito Democratico divisa in varie correnti. Cuperliani e civatiani sembrano non voler cedere di un millimetro in questa battaglia. Se Gianni Cuperlo promette che giorno 25 sarà in piazza con la Cgil per manifestare contro la riforma del lavoro, Pippo Civati è costretto a smentire, un giorno si e l’altro pure, un suo addio al Pd e un approdo alla sinistra radicale di Nichi Vendola.

Pd, ipotesi espulsione per chi non ha votato la fiducia in Senato – La situazione rimane tesa in via del Nazareno e l’ipotesi di espellere dal partito chi non ha votato la fiducia a Palazzo Madama, non è tramontata. Il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, ha ricordato che «non votare la fiducia è un atto politico molto pesante» e ha aggiunto: «L`agenda delle prossime settimane comprende provvedimenti in materia di lavoro, di riforme costituzionali, di legge elettorale, di giustizia, di anti-corruzione, di scuola, di missioni all`estero. Inoltre, lo Sblocca Italia. Se venisse accettato il principio che i senatori del Pd, su ciascuno di questi provvedimenti, possano votare secondo la propria particolare e specialissima opinione, il gruppo non avrebbe più ragione di esistere». E’ una questione che i democratici dovranno affrontare nei prossimi giorni. I dissidenti parlano già di soviet o deriva dittatoriale, ma se un partito decide a larga maggioranza di votare un provvedimento in Parlamento e dopo alcuni esponenti si tirano indietro e votano in maniera opposta, purtroppo, la parola “autoritarismo” c’entra poco. E’ fuori luogo.

La primavera in via del Nazareno – Da poco tempo è iniziato l’autunno, ma in via del Nazareno è come se fosse arrivata la primavera. Si, perché le allergie sono diverse. La minoranza del Partito Democratico dimostra di soffrire le conseguenze del Jobs act. Ogni volta che viene pronunciato inizia a starnutire così forte, da provocare fastidio agli altri componenti del partito. E’ un qualcosa di continuo e forse, per un simile motivo, la componente renziana sta pensando di adottare delle cure in vista delle altre votazioni. Però, se il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, decidesse di dare il via libera a questa presa di posizione potrebbe scatenare una vera e propria battaglia nel suo partito e la prima vittima sarebbe il governo. Quindi è meglio continuare a fare finta di nulla e sopportare gli starnuti della minoranza. Un’allergia provocata in primis dalla parola “decisionismo”. Un termine che non piace ai vari Bersani, Cuperlo, D’Alema, Fassina e Civati, perché tende a mettere in un angolo l’importanza della discussione all’interno di un partito.

La sinistra e un altro pregiudizio – Il premier non è d’accordo e con i suoi uomini più fedeli, come Graziano Delrio, ha fatto sapere che «questo è un governo di sinistra», come a voler dire, con riferimento alla minoranza Pd, state protestando contro il vostro esecutivo, mentre il vicesegretario Lorenzo Guerini ricorda i principi democratici del partito e sottolinea che «non partecipare al voto di fiducia mette in discussione i vincoli di relazione con il proprio partito politico». Il riferimento è ai senatori Felice Casson, Corradino Mineo e Lucrezia Ricchiuti. Vedremo come andrà a finire questa vicenda. Intanto la sinistra italiana mostra di avere dei veri e propri pregiudizi nei confronti del “decisionismo”. Una parola che non fa rima, almeno nel significato, con “autoritarismo”. In un momento del genere, invece, dove ogni legge o riforma è ostacolata da una serie di cavilli e intoppi burocratici, come hanno dimostrato i fondi stanziati anche per Genova e mai utilizzati, potrebbe essere il metodo migliore per provare a uscire da una sorta di palude dell’eterno indecisionismo, del fare e non fare. Questa, a differenza delle allergie, è una vera malattia da cui guarire a ogni costo.

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