Non piove, ma il cielo è ancora nero sopra le montagne di Genova. E’ sabato 11 ottobre, il primo pomeriggio di tregua dopo due giorni di alluvione. Sotto la Lanterna si lavora, alacremente. In piazzale Kennedy, quello della Fiera, è un andirivieni di ruspe, furgoncini, porta-cassoni. Scaricano quello che è andato perso nei negozi, nelle cantine, nei garage e ai pianoterra delle zone colpite dalle esondazioni. Poco più in là ci sono tante automobili. Sembra un parcheggio normale, ma basta avvicinarsi appena per capire che non lo è. Sono le macchine che abbiamo visto in tv, galleggiare e accatastarsi contro i muri dei palazzi, travolte dal fango. Le portano lì, «poi nei prossimi giorni dovranno essere in qualche modo smaltite» – spiega un vigile urbano. Mi dà il tempo ancora per qualche foto, poi là dentro possono stare solo i proprietari delle auto, per evitare gli sciacalli.

E’ la zona di Foce, quella dove il Bisagno sparisce sotto la ferrovia di Brignole e ricompare direttamente nel Tirreno, passando sotto la città. Interrato, salvo quando torna in superficie arrabbiato, alla ricerca di quello spazio che gli è stato tolto dal cemento. E porta con sé fango e distruzione. In corso Torino, via XX settembre, corso Buenos Aires, via Tolemaide e in tutta la rete di strade e piazzette da Brignole al mare ormai sono abituati a vederlo per strada. E non hanno bisogno di previsioni per capire quando arriverà. «Basta guardare fuori dalla finestra» – racconta Michela, studentessa di 23 anni. «Giovedì sera, intorno alle 22.30, ho voluto scendere a portare via la macchina. Mio padre voleva la spostassi l’indomani mattina, per non farmi uscire che pioveva forte. Ma io pensavo che all’indomani mattina la macchina non ci sarebbe arrivata. Sono scesa e l’ho parcheggiata poco più su. Appena in tempo: dieci minuti dopo il Bisagno si è portato via tutto». Sorride ironica e divertita, mentre mi porta in giro per quello che era il cortile di casa, il parcheggio interno, i garage. «Guarda, lì c’era un muro, e poco più in là un altro – mi dice indicando un cortile completamente aperto -. Era un parcheggio chiuso: l’acqua è arrivata, ha abbattuto i muri e portato fuori le macchine». Anche un’auto che se ne sta a una ventina di metri da lì, in verticale appoggiata a un muretto, era dentro quel parcheggio. «Il messaggino del Comune, quello con cui ci avvertiva dell’alluvione, è arrivato un’ora dopo lo straripamento del fiume».

Giorgia, invece, ha 46 anni. «Forse a te che sei un giornalista ti ascoltano. Sono ore che aspettiamo che ci portino un cassone, non sappiamo più dove buttare il fango e tutta quella roba là» – spiega puntando il dito verso gli espositori interni di un bar, quelli da cui normalmente scegliamo tramezzini, panini, croissant, focacce e dolci. Hanno bisogno dell’Amiu, la municipalizzata dei rifiuti, se no non riescono più ad andare avanti. Ma non sono nervosi, non si respira tensione. «Hanno aperto il bar a dicembre e ora non hanno più nulla. Eppure guardali»: ridono, scherzano, si abbracciano, giocano pure a pallone. Sporchi di fango fino ai capelli. Sono i ragazzi del Sunrise Bar. Nel frattempo Chiara – una genovese che sta cercando di darmi una mano da casa per fare arrivare a loro i mezzi di cui hanno bisogno – mi chiama al telefono per dirmi che la Protezione civile ha appena emanato un comunicato: smettere di spalare fango, è inutile, costruire invece barricate e mettere in salvo il salvabile, perché il peggio arriva tra domenica e lunedì. «Costruire le barricate è sbagliato – spiega contrariata Giorgia, che di alluvioni ne ha viste tante, anche quelle degli anni 90 in Piemonte, dove saliva ad aiutare -. E se un uomo ha un infarto dall’altra parte della strada, come lo vado a prendere? I mezzi devono essere liberi di muoversi. E poi le barricate non fanno che innalzare il livello dell’acqua. Quando le abbiamo costruite 26 anni fa avevo l’acqua fino al seno». Insomma, sarebbe come costruire gli argini del fiume tra le vie della città, non una grande idea.

A Genova è così, i cittadini fanno da sé. I mezzi del Comune cercano di dare una mano come possono e dove possono. Sono pochi e lì c’è bisogno ovunque. Così la gente si arrangia, si fa aiutare dagli amici che hanno il furgoncino dell’impresa di pulizie, quello della ditta edile, quello del negozio. Le idrovore dell’Amiu girano cortile per cortile, a turno. «L’amministratore del mio condominio l’ha chiamata solo stamattina alle 11 – racconta ancora Michela – ma dovevano andare da chi l’ha cercata prima di noi. Così ci siamo puliti tutto da soli. Abbiamo fatto un bel lavoro, no?».

Stanno facendo un lavoro splendido gli angeli del fango. Secchi, pale, sorrisi e pacche sulle spalle. Sgombrano le strade dai detriti, liberano i tombini, accatastano mobili e soprammobili perduti, puliscono negozi e costruiscono barriere per proteggerli dal peggio che ancora deve arrivare. Con l’aiuto dei mezzi dell’Aci portano via anche le macchine distrutte dai cortili e dai garages inondati di fango. Lavorano tutti insieme, con un vociare che salva le strade da un silenzio irreale. Nel frattempo diventa buio, su corso Torino e nei sottopassi dove manca la corrente si cammina facendosi luce con le torce dei telefoni. Davanti a bar, ristoranti e attività alluvionati si lavora senza sosta. Per portare via ciò che è andato perso e mettere al sicuro ciò che è rimasto. Perché non è ancora finita, anzi. Ma Genova non è vero che è in ginocchio, perché Genova ha una certezza: le ali grandi e forti dei suoi angeli del fango.

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[Alluvione di Genova 9/10 ottobre 2014 – Foto e Video di Vito Costa / Blogtaormina (CC) 2014]

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