Un referendum su Obama – Negli States è iniziata la campagna elettorale in vista delle elezioni di Midterm del 4 novembre. La strada è in salita per i democratici, che vivono un periodo di difficoltà a causa della scarsa popolarità del presidente Barack Obama. Gli ultimi sondaggi, infatti, danno una vittoria schiacciante dei repubblicani che al momento sono attestati tra il 62 e il 74 per cento. Cifre, a quanto pare, impossibili da colmare. Le cittadine e i cittadini degli Stati Uniti non si pronunceranno sui singoli candidati e i loro programmi, ma metteranno in atto una sorta di referendum sul numero uno della Casa Bianca. E l’ esito non potrà essere positivo. Il presidente democratico è messo in discussione per le scelte in campo internazionale. Sui temi economici, nonostante qualche mal di pancia, c’è poco da contestare, perché la disoccupazione è diminuita dal 2008. E’ in politica estera, invece, che emergono le maggiori perplessità. Dubbi presenti anche nel partito dell’asinello ed esternati sia da Hillary Clinton che da Leon Panetta, ex guida della Cia dal 2009 al 2011.

Michelle Obama, l’ultima speranza dei democratici – Il mancato intervento in Siria, il ritiro dall’Iraq e l’attuale inefficacia della battaglia contro l’Isis hanno lasciato perplesso anche l’ex presidente Jimmy Carter. Il marchio Obama non è più di moda e i vari candidati democratici, se possono, evitano di citarlo durante i loro comizi. Così ci si affida alla first lady, Michelle Obama, la donna più amata in America nonostante alcune scelte impopolari di suo marito. E’ lei che dovrà evitare la debacle dei democratici. Si, perché nella casa dei progressisti non si lavora per vincere, piuttosto si cerca di rendere meno dolorosa la sconfitta. I repubblicani hanno fiutato queste difficoltà e così nei vari spot che si possono vedere sui canali tv degli States, il riferimento a Obama e alla sua fallimentare politica estera è il tema principale. Sventola la bandiera dell’Isis nei messaggi elettorali della destra americana. E’ messa lì, in evidenza, per incutere timore e per ricordare ai cittadini che, secondo loro, il presidente non sta facendo nulla per contrastare l’avanzata dei fondamentalisti islamici.

I repubblicani e la bandiera dell’Isis – Barack Obama, come nel video del candidato ultraconservatore del North Carolina, Thom Tillis, è accusato di aver sottovalutato l’Isis e di fare poco per difendere gli americani. Oppure c’è il video elettorale di Mark Udall, il senatore del Colorado, che considera l’Isis un pericolo diretto per gli Stati Uniti. Inoltre i repubblicani hanno avanzato l’ipotesi che diversi jihadisti possano attaccare il confine meridionale degli States tramite il Messico. Occorre ricordare che gli Stati Uniti sono in campagna elettorale e quindi le parole e le dichiarazioni hanno il peso che meritano, ma la strategia dei repubblicani è sin troppo chiara. Vogliono mostrare al Paese che il mondo è diventato pericoloso e il loro presidente non è in grado di proteggerli. Neanche per quanto riguarda il virus Ebola e i rischi di contagio. Giocano sulla paura della gente e riescono ad avere un certo seguito. La Cnn ha detto che nove americani su dieci hanno paura delle minacce dell’Isis e di un eventuale attacco terroristico.

Obama e il peso del premio Nobel per la pace – Barack Obama è in chiara difficoltà e le notizie da Kobane, con l’avanzata dei fondamentali islamici, non lo aiutano. I raid aerei sono inefficaci e allora aveva ragione l’ex Primo ministro britannico, Tony Blair, che qualche settimana fa aveva sostenuto la necessità di realizzare un attacco via terra per sconfiggere i seguaci dello Stato islamico. Per adesso Obama non sembra prendere in considerazione l’ipotesi, anche per le difficoltà di convincere gli alleati internazionali, distratti dalla violenta crisi economica. Sul presidente americano pesa come un macigno quel premio Nobel per la pace che gli era stato assegnato nel 2009. Quasi un freno al suo voler mettere in campo una strategia più concreta in Medio Oriente. Forse Barack Obama si scrollerà di dosso questo peso quando assaggerà il sapore della sconfitta nelle elezioni di Midterm. Una disfatta che potrebbe essere la sua Caporetto. Un momento dal quale ripartire o il segnale del suo inevitabile declino.

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