In via del campo al 29 rosso alle prime luci dell’alba si è accesa una luce. Bruno è entrato nella stanza, ha raccolto due fogli caduti per terra, forse spinti dal vento della notte. Li ha deposti sul tavolo e si è seduto. Poco più in la con la faccia appoggiata ai vetri il Faber stava guardando fuori con la faccia assorta. «Perché hai acceso la luce?»–  disse all’amico – «Tanto lo sai che a noi non serve».  «L’ho accesa, così. Quasi come fosse una piccola luce votiva, un segno di rispetto. Hai sentito, è morta una persona nella zona di Brignole».

«Ho sentito e ho visto tutto. Strade allagate, auto trascinate dall’acqua, parte della città senza luce. Nella notte a Genova è tornata la paura  per l’esondazione, per via delle piogge, del Bisagno, che attraversa la città, e del Feregiano. E siamo stati pure fortunati. Ti ricordi del 2011, quando morirono sei persone. Ah, se è per questo ricordo l’alluvione dell’ottobre del ’70. Allora persero la vita, proprio nelle stesse zone, ben 44 persone».

«È sempre la stessa storia troppi morti e troppi torrenti. Ricordo giorni in cui l’aria era mite, il sole scaldava l’anima e il corpo ed era piacevole passeggiare lungo il litorale genovese, a dumenega, quando Genova si vestiva a festa, e arrivati al civico 6, mi perdevo nel mangianastri di mamma e papà che iniziavano a guidare miei passi. È qui che scrissi “La canzone di Marinella”; è qui che è iniziato il mio viaggio tra i ricordi, i luoghi amati, e vissuti, di questa città fatta di caruggi e piazzette poco più grandi di un foulard. Mura piene di colore, di dialetti, di labirinti che sfociano sul mare e tipi strani che riempivano tutte le poesie, protagonisti insieme ai luoghi di contrabbando. Le poesie dove  l’amore è l’unica risposta».

«Certo che ricordo, qualche cosa l’hanno suggerita anche a me». «Ora in questa notte solo il silenzio desolante dell’abbandono. Il suono delle acque di gente sola con i suoi  passi. Prelevo immagini… Auto, moto, cassonetti  ammassati dove li ha spinti la furia dell’acqua; la piena che ha devastato tutta l’area di Brignole, invadendo negozi, fondi, cantine, portoni, appartamenti al piano terreno. Fango e detriti ovunque, e il fango nell’anima. Faccio fatica a riconoscere quei luoghi, ma capisco pure che la mia vita è altrove, e non potrò farne canzoni».

«Ma perché pensi ancora che una canzone possa cambiare il mondo? Fabrizio, eppure abitiamo nella luce. Ma oltretutto di cosa ti preoccupi, ce ne sono tanti ancora della scuola genovese. Fossati, Paoli, ci penseranno loro!».

«A parte che Ivano Fossati ha deciso di ritirarsi dalle scene, dal palco. Non ne rimangono molti ancora. Ho la sensazione che queste acque stiano trascinando verso il mare anche quella generazione intimista  e riflessiva. Che fine farà quella vena musicale portata al contemporaneo, attraverso la lettura dell’intimo individuale che si esprime nell’essere per l’altro?».

«Ma c’è ancora il tuo figliolo, dai, e poi sai quanti ne sentiremo ancora, che porteranno ai fasti il magico blu di Genova. Le scuole sono chiuse ma non ci sono dispersi, e le pattuglie delle forze dell’ordine stanno impedendo le razzie degli sciacalli»

«Sciacalli. Mah. Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli, in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori, lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano, quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano. Se tu penserai, se giudicherai  da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo  se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo». I due sono restati un po’ in silenzio ad assaporarlo, ma poi Lauzi: «Ma quando è finita la poesia di quell’amore?».

«Dice che non sono stati avvertirti in tempo. Ma nonostante l’evidente eccezionalità delle piogge che hanno causato l’alluvione, i loro effetti disastrosi hanno aperto molte questioni sull’assetto idrogeologico della città. La cosiddetta “Messa in sicurezza dei rii della città di Genova” sai da quanto tempo aspetta di essere completata. E lo scolmatore?  I torrenti genovesi son brevi e hanno una piccola portata e se il mare è agitato e l’acqua marina blocca il flusso del fiume ne causa l’esondazione. Ma che ci vorrà mai a farlo?

E’ un destino ridicolo, aspettar di volta in volta e dar la colpa alla natura per le umane fesserie».

«Si, ma ormai non ci tocca amico mio. Abbiam cantato delle umane frivolezze, della superba dignità di emarginati, e del canto supremo degli artisti; delle contraddizioni di questa società del boom assurdo, e dell’assenza di chi dovrebbe mettere riparo. Ma or più non ci tocca. Raggiungiamo i portici di Sottoripa, prendiamo due calici di vino e andiamo a sorseggiarli in riva al mare. In fondo stiamo migliorando. Un solo morto. E tra un po’ gli canteremo della luce».

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