La quiete prima della tempesta? – Che fine hanno fatto i manifestanti di Hong Kong e tutti quei ragazzi che hanno occupato le strade della città asiatica? Potrebbe sorgere questa domanda, perché la vicenda è passata, negli ultimi giorni, in secondo piano. Dopo gli scontri tra i cittadini che protestano contro il regime comunista e chi lo difende, è come se fosse calato una sorta di silenzio. In realtà si sta cercando di raggiungere un accordo tra le parti. La strada, al momento, è stretta. Le richieste dei manifestanti non verranno mai accettate in toto dai dirigenti del Partito comunista, che puntano a sostituire qualche rappresentante istituzionale per far calmare le acque e placare le possibili rivolte. A Hong Kong si vive in un caos calmo, dove il movimento di protesta degli studenti ha indetto per venerdì una nuova manifestazione e ha minacciato nuovi blocchi se il dialogo con il governo non porterà all’accettazione delle loro richieste.

Le divisioni tra i manifestanti – In attesa di questo nuovo momento di tensione, le strade di Hong Kong si sono svuotate. Molte persone sono rientrate nelle loro case e l’impasse della protesta sta favorendo le autorità locali e quelle di Pechino che hanno messo in scena un gioco tra le parti. Le istituzioni di Hong Kong provano a convincere i loro concittadini a interrompere la protesta, già ridimensionata, perché queste azioni non farebbero altro che convincere la Cina a restringere ancora di più le libertà politiche della città. Quindi il sistema autoritario che vige a Hong Kong è dovuto all’atteggiamento dei manifestanti? Sembra una barzelletta, un giochetto dell’assurdo filosofico. Però un simile modo di ragionare ha fatto breccia nel movimento, che sembra diviso su come comportarsi. Secondo alcuni esponenti del moto di protesta, occorre guadagnarsi le simpatie dell’opinione pubblica e non della piazza. Sarebbe questa la strada migliore per modificare lo status quo.

Lo scontro sembra inevitabile – Eppure gli studenti sembrano avere più sostegno di quanto queste divisioni e questi pensieri possono far credere. I ricercatori della Hong Kong Polytechnic University hanno detto che il 59 per cento delle persone intervistate è contraria al sistema elettorale imposto dalla dittatura comunista in vista del 2017 e il 60 per cento punta il dito contro la polizia locale e le istituzioni del territorio. Una buona notizia per i manifestanti, che a maggior ragione non sembrano intenzionati a indietreggiare di un millimetro. Un bel problema, perché neanche la Cina è disposta a negoziare su come eleggere i vari rappresentanti. Allora queste trattative sembrano più che altro un voler temporeggiare, rimandare uno scontro inevitabile. Pechino punta il dito contro le proteste e le ha etichettate come filo-occidentali e anti-cinesi. Gli studenti non si fanno nessuna illusione sull’esito delle trattative. Sono pronti a tutto e uno dei leader carismatici della protesta, Joshua Wong, ha invitato la popolazione a scendere per le strade. C’è stanchezza, c’è paura per la reazione delle autorità comuniste, ma la posta in palio sembra troppo alta per rintanarsi in casa.

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