La figura del padre è una figura scomoda. In ossequio a quello che dice il complesso di Edipo, tutta la psicologia moderna è arrivata alla conclusione che “uccidere” metaforicamente la figura del padre è uno dei grandi passaggi dell’uomo per ritrovare l’essenza del proprio essere. Ci era arrivato anche Roy Lewis autore di uno dei più grandi libri che siano mai stati scritti, “ Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, dove appunto in una società di cavernicoli, due dei figli decidono che forse è meglio eliminare il padre per non perdere certi vantaggi garantiti dalle sue ricerche. Il piccolo testo che a nostro modesto avviso avrebbe potuto vincere il Nobel per la letteratura, con la semplice motivazione di essere un testo impossibile da classificare in biblioteca, e difficile da sistemare tra gli scaffali in base al genere letterario, narra proprio del superamento di questa figura che continua a rappresentare uno dei punti di forza dell’evoluzione. Uccidere il padre è la sola cosa da fare per crescere.

L’uccisione da parte dello scrittore e sceneggiatore francese, Patrick Modiano, 69 anni, che ha vinto il Nobel 2014 per la Letteratura, deve essere consistito in una lenta e metodica ricerca dell’opera dell’ambigua figura del padre, un ebreo sicuramente vittima del Nazismo, che, arrestato nel 1943, si dimostrò pronto a tutto per sopravvivere. Sfuggì grazie a potenti amicizie collaborazioniste alla deportazione. Un padre dunque dalla duplice e ambigua identità, molto spesso invischiato in rapporti di complicità con i tedeschi e le persone disposte a fare qualunque cosa pur di garantirsi dei vantaggi per se e per i propri familiari. Il riconoscimento gli è stato assegnato “per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e svelato la vita reale durante l’Occupazione” come spiega la motivazione dell’Accademia Reale Svedese.

È con questo gusto della rievocazione, con i suoi romanzi ambientati nella Parigi occupata dai nazisti e quasi sempre ruotanti attorno agli archetipi dello straniero, dell’esule e dell’ebreo, attraverso i quali si snoda una straziante e disperata venatura di ascendenza esistenzialista, che è riuscito a convincere la giuria del riconoscimento svedese, ai danni dei più noti “favoriti” di turno come l’americano Philip Roth e il giapponese Murakami Harumi. Mettere a nudo se stesso più ancora che la vita durante l’occupazione, è la chiave magica attraverso la quale si percepisce la verità dell’espressione di certi sentimenti. È ciò che ha fatto e che farà la differenza. D’ora in avanti Patrick Modiano non sarà solo uno scrittore, ma uno che scrive di letteratura.

Come spesso accade Modiano, che deve a questo dato biografico della centralità della sua famiglia il successo di tanti dei suoi romanzi, disse in un intervista del 2011 di non riconoscersi appieno in quelle opere, come un attore che si rivede nei ruoli interpretati da giovane : “Non ho mai pensato di fare niente altro che non fosse scrivere, ma gli inizi sono stati duri e preferisco non leggere i miei primi libri. Non è che non mi piacciano, ma non riconosco me stesso”.

La ricerca identitaria è, insieme a uno dei periodi storici più controversi della storia francese, uno dei punti cardine della scrittura di Modiano, che apre anche la visione su un aspetto che si potrebbe definire del “patteggiamento”, in cui l’altro diventa una persona con cui trovare degli accordi, per trovare insieme una strada verso il male minore, che possa portare   un po’ di uguaglianza. Un po’ come nel testo di Lewis l’uguaglianza viene portata dall’uso dell’arco, di cui tutti vengono a conoscenza, e che poi porterà alla morte del padre del pleistocene, qui la freccia della parola, trasportata dalla memoria dell’autore, porta una uguaglianza tra le vittime ed i carnefici, rendendoli tutti attori, nell’agire delle loro debolezze, e testimoni della supremazia dell’umano.

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