Nella notte arriva il primo si al maxiemendamento – L’aula del Senato ha votato «si» alla fiducia sul Jobs act alle ore 0.52, dopo una giornata caratterizzata da polemiche e tensioni. Il governo di larghe intese, con il plauso di Angela Merkel, François Hollande e Jose Manuel Barroso, è riuscito nel suo intento. Il maxiemendamento del governo, sostitutivo della legge delega sulla riforma del lavoro, ha ottenuto l’ok con 165 «si», 111 «no» e 2 astenuti. È la ventiquattresima volta che l’esecutivo Renzi incassa la fiducia e il presidente del Consiglio, dopo questo semaforo verde, è pronto a correre. In attesa della reazione dei mercati finanziari per il voto favorevole di Palazzo Madama, il premier guarda già alla definitiva approvazione e il prossimo scoglio sarà la Camera dei deputati. In quel contesto Renzi è convinto di non cambiare nulla del testo sul Jobs act, anche se la minoranza del Partito Democratico vorrebbe apportare delle modifiche a Montecitorio.

I malumori nelle minoranze del Pd – Si apre un altro fronte, un’altra battaglia. I primi segnali di sofferenza si sono visti proprio nella giornata di ieri al Senato, quando alla fiducia non hanno votato i civatiani Felice Casson, Lucrezia Ricchiuti e Corradino Mineo, mentre Walter Tocci, ex vicesindaco di Roma durante le giunte Rutelli, si è dimesso dopo il voto in segno di protesta e sul suo blog personale ha spiegato le motivazioni che l’hanno condotto a una presa di posizione così netta: «Queste scelte sono, a mio parere, in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori. Non erano certo contenute nel programma elettorale che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd nel 2013». Ecco le prime avvisaglie di una nuova polemica da parte della minoranza democratica in vista del voto alla Camera. A questi vanno a sommarsi 27 senatori (ai 26 iniziali si è aggiunto il molisano Roberto Ruta) e 9 deputati, membri della Direzione Pd, che hanno firmato un documento di critica sull’emendamento. Un gruppo consistente per aprire una questione politica in via del Nazareno, ma che non dovrebbe impedire l’approvazione del ddl lavoro nell’altro ramo del Parlamento.

La soddisfazione di Renzi per il plauso dell’Europa – Per questo motivo Matteo Renzi sembra convinto di utilizzare la fiducia anche alla Camera e spera di approvare il testo, con tutti i decreti legislativi, entro e non oltre il mese di marzo. L’ottimismo dell’ex sindaco di Firenze, di solito sempre accentuato, dopo il «sì» del Senato è alle stelle. Le parole della cancelliera tedesca, inoltre, lo inorgogliscono. «Per il Jobs act abbiamo avuto i complimenti di tutta Europa. Avete sentito quello che ha detto la Merkel? Gli unici che non si rendono conto della situazione sono i senatori del Pd o meglio i ribelli del Pd. Sono fuori dal mondo». E aggiunge con la solita ironia: «Se attaccano mi fanno un regalo, ogni volta che parlano guadagno un punto nei sondaggi. La considero pubblicità progresso per il nostro governo». Al di là delle battute e delle frecciate tra varie correnti, cosa contiene il testo approvato da Palazzo Madama?

Cosa contiene il testo approvato a Palazzo Madama? – Innanzitutto ci sono sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato, per ridurre la precarietà e dare certezza alle imprese è stato approvato «un drastico riordino delle tipologie contrattuali con l’abolizione delle forme più permeabili agli abusi e più precarizzanti, come i contratti di collaborazione a progetto», noti come co.co.pro. E’ stato modificato il regime del reintegro così come previsto, «eliminandolo per i licenziamenti economici e sostituendolo con un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità». Via libera anche alla revisione delle mansioni del lavoratore in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale, per «la tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento». A quanto pare l’articolo 18 non è stato citato direttamente nel testo presentato dal ministro Poletti, ma in queste norme è chiaro il riferimento all’oggetto dello scontro delle ultime settimane, perché tra le righe del Jobs act c’è scritto che il governo ha il compito di «razionalizzare e semplificare delle procedure, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione dei rapporti di lavoro».

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