Oggi la fiducia in Senato – Nelle prossime ore il Senato voterà la fiducia sul ddl lavoro proposto dal governo. Una scelta confermata dallo stesso Matteo Renzi, che vuole accelerare sul problema lavoro. La maggioranza, ad eccezione di qualche senatore che fa riferimento alla corrente democratica di Pippo Civati, dovrebbe votare compatta. Bersani e Cuperlo, infatti, hanno detto che dimostreranno lealtà nei confronti del Pd che in direzione, a grande maggioranza, aveva approvato la proposta dei renziani sul Jobs act. Resta il dissenso e il malumore nell’ala sinistra del Pd, ma la vecchia guardia di via del Nazareno sa bene che il partito è a un passaggio cruciale di fronte agli elettori e con intelligenza ha deciso di fare quadrato. Di non preparare nessuna imboscata al governo di larghe intese presieduto dal loro segretario. Meglio procedere compatti.

Il primo compromesso sul Jobs act – Del resto uno degli aspetti cruciali della riforma, l’abolizione dell’articolo 18 o di quello che ne rimane, è stato rimandato. Si, destinato a data da definirsi. Il governo ha deciso di cambiare l’articolo 18 nelle prossime settimane, quando scriverà i decreti delegati del Jobs act. Quindi nel maxi-emendamento su cui Palazzo Madama voterà la fiducia non vi sarà riferimento alcuno alla possibilità di reintegrare il lavoratore nei casi di licenziamento illegittimo discriminatorio e pure in gravissimi e selezionati casi di licenziamento disciplinare, come approvato nell’ordine del giorno del Pd della scorsa settimana. E’ questa una parte del compromesso per convincere la minoranza democratica a votare la fiducia alla legge sul lavoro. Renzi preferisce questa via di mezzo, piuttosto di cadere vittima di qualche imboscata.

E il secondo… – Che figura farebbe di fronte ai suoi colleghi europei e soprattutto con Angela Merkel che sta seguendo da vicino l’evolversi della situazione italiana sul Jobs act? L’altra metà del compromesso, invece, riguarda la concessione di sgravi fiscali al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che con il Jobs act diventa non solo la forma di contratto privilegiata e di riferimento, ma anche quella più conveniente, grazie a “vantaggi su oneri diretti e indiretti”. Ecco, adesso il Partito Democratico è riuscito a far quadrare il suo cerchio. L’articolo 18, grande protagonista in queste settimane, è stato accantonato in nome di una pax democratica e il ministro Poletti, con il suo discorso di oggi in Senato, prometterà di intervenire sul tema nei giorni successivi. Sarà davvero così? Il rischio è approvare una riforma in fretta e furia, snaturarla nei suoi contenuti e quindi renderla inefficace. In un contesto come quello attuale, sarebbe un errore imperdonabile.

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