Kobane sotto assedio – Da ormai tre settimane, a Kobane, città siriana curda al confine con la Turchia, imperversano i combattimenti tra i miliziani dell’Isis e le truppe dei Peshmerga. I jihadisti sono riusciti a entrare in città dal versante sud-occidentale e hanno conquistato tre quartieri, ben visibili per le bandiere nere installate in cima ai palazzi. Il fronte, adesso, si è spostato a nord e a oriente della città e la battaglia per Kobane è diventata una guerriglia strada per strada, casa per casa, coi combattenti curdi che assomigliano sempre di più ai nostri partigiani durante la seconda guerra mondiale. Pochi e peggio armati difendono strenuamente la loro città da quello che è un esercito numeroso e ben equipaggiato, con mortai e carri armati. Ben poco stanno facendo i raid della coalizione occidentale, forse troppo timida, troppo legata alla tattica. Quattrocentomila abitanti contava Kobane prima dell’arrivo dei “tagliateste”, ora è una città fantasma con profughi continuamente in fuga verso Suruç, il primo centro abitato al di là del confine turco.

Il ruolo chiave e grigio della Turchia negli equilibri geopolitici – Confine turco dove ormai da giorni sono appostati diecimila soldati di Ankara, a nemmeno un kilometro da Kobane. Sono pronti a intervenire, attendono soltanto l’ordine di Erdogan, che ha già avuto l’ok del parlamento per un intervento di terra ma che attende l’avallo internazionale. Unicamente per un intervento a Kobane, però, per difendere il proprio confine. Il presidente turco è stato chiaro: porterà il suo Paese in una guerra su larga scala contro l’Isis soltanto se gli Stati Uniti gli garantiranno di deporre il presidente siriano Assad con un preciso piano per la fase successiva. Ricatto che frena il via libera americano per un intervento di terra turco a Kobane. Anche perché la Turchia è figura opaca e delicata negli equilibri geopolitici che si giocano intorno all’Isis. Ha sostenuto i miliziani jihadisti fin dall’inizio della guerra in Siria contro Assad, costruendosi così un canale di dialogo con gli islamisti che continua tuttora, dal momento che nei giorni scorsi sono avvenuti più di uno scambio di prigionieri tra Turchia e Isis. E non vede di buon occhio l’alleanza nata sul campo di battaglia tra il suo alleato americano e i curdi iracheni, unico baluardo sul terreno contro i “tagliateste”. Gli Stati Uniti e la coalizione internazionale, dal canto loro, si sono limitati nell’armare i peshmerga, convinti dalle richieste di Erdogan e del premier iracheno al-Abadi, che temono le rivendicazioni curde per la creazione di un loro stato autonomo nella stessa area tra Siria, Turchia e Iraq dove ora sorge il califfato islamico.

Libia, Tunisia e Algeria: lIsis alle porte del Mediterraneo – Ma mentre l’Occidente e i suoi alleati arabi ci vanno cauti, molto attenti agli interessi economici e agli equilibri geopolitici, l’Isis ne approfitta e si mostra sempre più come una minaccia che può valicare i confini regionali per diventare globale. Nuovi califfati sono pronti a sorgere in Libia, Tunisia e Algeria, mentre anche in Cecenia sono ripresi gli attentati di matrice islamica, che hanno già provocato una ventina di morti e diversi feriti. In Libia, domenica scorsa, la fazione islamista del Consiglio dei giovani islamici si è riunita in un seminario con numerosi imam stranieri e sarebbe pronta a istituire un califfato islamico a Derna, nell’est del Paese. Il giorno prima, sabato, anche la più nota fazione Ansar al Sharia si era detta intenzionata ad allearsi con l’Isis. Ansar al Sharia che è presente anche in Tunisia, dove risponde agli ordini di Abou Iyadh, latitante dal 2012 e probabile regista dell’attentato all’ambasciata americana a Tunisi. Fonti d’intelligence danno per certo che si sia rifugiato proprio in Libia, da dove si teme stia addestrando uomini per attaccare in Tunisia e Algeria, con l’obiettivo di fondare califfati islamici alleati di al-Baghdadi.

LOccidente cincischia, mentre lIsis si rafforza – Insomma, l’Isis sull’altra sponda del Mediterraneo, con un’ondata di profughi che potrebbe essere anche peggiore di quella provocata dalla guerra in Siria, dovrebbe essere un campanello d’allarme sufficiente a dare una svolta alle operazioni della coalizione internazionale, protagonista per ora di un intervento a metà del guado. Cammina sulle uova molto attenta a non schiacciarne nessuno, mentre i pulcini neri dell’Isis si moltiplicano e si muovono molto poco disturbati dai raid aerei occidentali. E nel frattempo continuano ad arricchirsi coi profitti delle vendite del petrolio dai pozzi conquistati: da uno a tre milioni al giorno, 25-60 dollari al barile nel mercato nero che contrabbanda petrolio rifornendo, pare, anche Erdogan e Assad. Che si assommano ai 300 milioni di dollari prelevati svuotando le banche di Mosul e al denaro che gli proviene dal Qatar, alleato degli Stati Uniti con una mano, finanziatore dei “tagliateste” con l’altra.

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