I culti isiaci in Sicilia – “Il culto isiaco a Taormina e in Sicilia” è stato il tema di un interessante convegno, tenutosi sabato 4 ottobre, a Palazzo Duchi di S. Stefano, sede della Fondazione Mazzullo di Taormina. Il convegno è stato promosso dall’Assessorato dei BB. CC. della Regione Sicilia, dalla Città di Taormina e dalla Fondazione Mazzullo. I lavori sono stati aperti dalla dottoressa Maria Costanza Lentini, direttore del Parco Archeologico di Naxos. Nel periodo ellenistico e in particolare durante il regno del tiranno Gerone II, si assiste alla penetrazione e diffusione nei territori della Magna Grecia, di culti con origini legate alla civiltà egizia per i contatti con l’Oriente e il Nord Africa, frutto di scambi culturali e commerciali. I culti isiaci si vanno ad innestare nel bacino del Mediterraneo e vengono accolti dalle città greche della Sicilia centro-orientale tra cui vi era Tauromenion.

Il tempio di Giove Serapide e l’importanza di Iside, sua sposa – Le rovine del tempio greco dedicato a Giove Serapide, sono quelle su cui è stata edificata la chiesa di S. Pancrazio a Taormina. Il tempio di Giove Serapide il cui frontone era rivolto ad Oriente, viene definito “in antis” per la copertura della parte frontale. Oggi, sono visibili i blocchi in pietra calcarea nella zona a sud e nord, incorporati alla chiesa dove sono i resti della cella del tempio. L’edificio sacro è l’unico ad aver ricevuto la paternità, questione ancora aperta per l’altro tempio, dove sorge la chiesa di S. Caterina d’Alessandria, accanto all’Odeon romano. Le prove archeologiche rinvenute, tra cui un tavola di marmo con epigrafe, scoperta nel 1861, da un contadino in un podere che apparteneva ai canonici della chiesa. La dedica è in greco, in sei esametri ed è stata fatta da Carneade. Un’altra iscrizione fu stata scoperta nel 1867, ma in latino, con dedica fatta da Caio Ennio Secondo, che fece un sacro voto a Serapide e alla sposa Iside. Infine, tra i ritrovamenti più importanti, la statua della Sacerdotessa di Iside, ritrovata sempre nel 1867, da Don Carlo Zuccaro, il quale aveva comprato il terreno dalla chiesa, che faceva parte di un appezzamento più grande dove era stata ritrovata in precedenza l’epigrafe di Carneade.

La dedica di Carneade e la rilevanza del culto a Iside – La professoressa Giulia Gasparro, già docente di “Storia delle religioni” presso l’Università di Messina e studiosa di culti misterici, ha posto l’attenzione sull’importanza del ritrovamento dell’epigrafe di Carneade, e sulla presenza del tempio greco di Giove Serapide, una divinità straniera nella polis greca. L’iscrizione è databile al III-II secolo a. C. e identifica in Iside la sposa di Serapide. Iside e Serapide, benevole e soccorritrici, sono divinità straniere nel pantheon cittadino. Giove Serapide è “un dio nuovo” che durante il periodo della sovranità tolemaica in Egitto, prende spazi che prima erano riservati all’altro sposo di Iside, il dio Osiride, che seppur presente nel campo cultuale, sarà ridimensionato. Carneade, è un uomo proveniente dalla Cirenaica, vicino all’Egitto, e conosce pertanto questa divinità. Serapide avrà in sé le caratteristiche di Ade, il dio degli inferi; quelle di Asclepio, il dio guaritore e quelle del dio egizio Api, compresenti il piano della fecondità e quello dell’oltretomba. L’unione degli elementi di Zeus, il padre degli dei greci con Ade, dio degli inferi, daranno a Giove Serapide un aspetto cosmico, con un legame strettissimo tra cielo e terra.

Iside e il processo di ellenizzazione – La trasformazione insiste anche su Iside che in Egitto è sposa fedele e madre amorevole e che nel processo di ellenizzazione, come ha evidenziato la Gasparro «diviene il manifesto del culto isiaco nel Mediterraneo». Anch’essa assume i tratti di divinità cosmica “signora del cielo e della terra” a cui sono sottomessi gli astri. Mantiene altresì, una dimensione universalistica con i caratteri della madre e soccorritrice. E la Sicilia centro-orientale dove il culto era molto vivo a Siracusa, a Catania sino a Messina, assorbirà questi elementi ellenizzanti. A Tauromenion, il tempio godeva di grande prestigio ed aveva il “suo” personale sacro, testimoniato appunto dal ritrovamento della statua della Sacerdotessa che indossa vestimenti simili a quelli della dea, raffigurata su monete e statue, tranne che Iside si distingue per l’alta capigliatura.

I lavori di scavo nella chiesa di S. Pancrazio e le evidenze archeologiche – La dottoressa Giovanna Maria Bacci della Sovrintendenza di Messina, insieme alla dottoressa Cettina Rizzo, hanno illustrato un intervento di scavo avvenuto nel 1990, che conferma la presenza de resti del tempio isiaco nell’area dove sorge la chiesa di S. Pancrazio. Lo scavo non fu programmato ma si intervenne durante i lavori di eliminazione del pavimento dell’edificio chiesastico e quelli in sagrestia. Da quegli scavi è stato accertato che il passaggio da tempio pagano, a chiesa cristiana fu conseguenziale e dunque è probabile che vi fosse prima un edificio paleo-cristiano o proto-bizantino, su cui successivamente si andò ad edificare la chiesa tardo barocca. Gli originali blocchi greci, appaiono ben conservati e tutto quello che era nascosto sotto uno spesso strato d’intonaco bianco, è stato riportato alla luce, come i resti vicino all’abside e i blocchi scoperti nella sagrestia, ora visibili attraverso un piano in vetro. I rilevamenti sono stati confermati anche dal Dottor Markus Wolf, dell’Istituto germanico di Roma, che ha parlato di blocchi ben conservati di calcare bianco-grigio provenienti dal Monte Tauro, facendo notare come dalla sagrestia sia visibile la parte settentrionale del tempio.

Studi e ricerche sul culto isiaco a Taormina tra il XVI e il XVII secolo – La relazione del dottor Francesco Muscolino, taorminese di nascita e che lavora presso la Sovrintendenza archeologica di Milano, ha tracciato un excursus sull’interesse degli studiosi per il tempio di Giove Serapide, partendo dal Fazello, il quale con metodi da topografo nel 1558, nel De Rebus Siculis, tuttavia confonderà il tempio a Serapide con quello naxioto ad Apollo Arcagheta. La lista di storici ed esperti delle antichità passa dal D’Orville a Ignazio Cartella, entrambi del XVII secolo che individuano il tempio a Serapide con S. Pancrazio. Mentre interessante è un aneddoto, riportato dal pittore Houel che nel 1777, trovatosi in città il 9 luglio, per la festa di S. Pancrazio, rimase colpito dall’usanza dei cittadini di andare a scalpellare i giunti del muro, per poi portarne pezzi a casa e dopo averli pestati, ottenerne un medicamento. Di certo, retaggio poi assimilato al culto cristiano ma che rinvia alle doti di guaritori di Serapide e Iside; tradizione che andrà a fondersi col nuovo culto cristiano a S. Pancrazio e gli darà forza, perpetuandolo nel tempo.

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