Jaspers e il rapporto tra medico e paziente – L’età della tecnica riguarda tutti gli ambiti della nostra esistenza. E’ un’ospite inquietante che attraversa noi e la quotidianità circostante. Un concetto del genere, forse, è presente anche nel rapporto tra medico e paziente. Volendo parlare di questo aspetto, non si può non citare chi è stato medico tra i filosofi e filosofo tra i medici: Karl Jaspers. In uno dei suoi scritti, “Verità e verifica. Filosofare per la prassi”, il teorico tedesco affronta il rapporto tra paziente e medico. Una riflessione in grado di mettere in evidenza alcuni aspetti che spesso tendiamo a porre in secondo piano. Evidenziando questo legame è necessario dire con chiarezza che i progressi della medicina moderna non hanno eguali nella storia della disciplina. La chirurgia, per citare una delle branche più importanti, è stata protagonista di operazioni che un secolo fa non ci saremmo neanche immaginati.

Le difficoltà di dialogare e il riferimento a Platone – Inoltre occorre aggiungere che la professionalità del medico è da sempre nota e il giuramento di Ippocrate conferma una simile affermazione. In un quadro così idilliaco, però, emerge con sorpresa una certa insoddisfazione (così la chiama Jaspers) nel rapporto fra i medici e i malati. E’ come se nell’età della tecnica la medicina sia più interessata al perfezionamento metodico e della ricerca, piuttosto che al paziente e alla sua umanità. Forse a questo punto è utile far riferimento a Platone e al suo “medico libero per i liberi”, che si dedica alla cura delle malattie e cerca di comprenderle a partire dalla causa, interrogando sia il malato che i suoi amici. Insegnare al malato, per quanto possibile, e non prescrivere nulla prima di averlo condotto a un certo livello conoscitivo.

Jaspers e l’importanza del medico di famiglia – La premessa a questo discorso è considerare sia il medico che il paziente degli esseri razionali. Oggi nulla di tutto ciò accade. Le strutture mediche e il modo in cui sono impostate ostacolano il rapporto umano tra il malato e il medico, dove è come se non esistesse più umanità, ma soltanto tecnicismi. Certo, non tutti i medici intraprendono un percorso del genere. E’ un discorso generale e l’impressione è che la rotta non potrà essere invertita fino a quando non ci si renderà conto, come diceva Jaspers, che «il medico che può cose tanto inaudite grazie al progresso tecnico della scienza naturale, diventa un medico intero solo se egli assume questa prassi nel suo filosofare». Jaspers, in estrema sintesi, non faceva altro che rivalutare la figura del medico di famiglia, proprio come aveva fatto Martin Heidegger nei seminari di Zollikon. Una personalità che oggi tende a scomparire, anche se nella storia della medicina abbiamo avuto e abbiamo diversi esempi di medici lungimiranti e predisposti a condividere col malato una situazione di aperta razionalità. Uno di questi è l’inglese Sydenham che nel XVII secolo disse: «Non ho trattato nessuno diversamente da come io vorrei essere trattato, se avessi la stessa malattia».

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