Gregory Peck (1916-2003), assediato dai cacciatori di autografi all’ingresso del “San Domenico”

Ammiratrici scatenate per Gregory Peck, il divo più popolare ed amato della vecchia Hollywood, che al teatro greco ricevette nel 1963 il David di Donatello per il film “Vacanze romane”, interpretato con Audrey Hepburn (anche lei premiata a Taormina, per lo stesso film). Aveva 47 anni, il grande Gregory ed era da almeno un decennio il divo che ai botteghini americani e di tutto il mondo faceva registrare i maggiori incassi. Per “Il buio oltre la siepe”, nel 1961, aveva vinto l’Oscar. Lunghissimo l’elenco dei suoi film. Ricordiamo, tra gli altri: “Le chiavi del paradiso”, “Il caso Paradine”, “ Io ti salverò”, “Duello al sole”, “Le nevi del Kilimangiaro”, “L’ultima spiaggia”, “Il cucciolo”, “La valle del destino”, “Il grande peccatore”, “Arabesque”.

Attore poliedrico, impegnato con successo in ruoli diversissimi, si distinse anche e soprattutto nella interpretazione di personaggi di grande statura morale (l’avvocato idealista Atticus Finch del film “Il buio oltre la siepe”, per esempio, che gli valse l’Oscar); e per il suo impegno altamente umanitario, sul set e fuori, il presidente Lyndon Johnson gli conferì nel 1969 una delle più importanti onorificenze degli Stati Uniti, la “Medaglia presidenziale della libertà”. Amatissimo dalle donne, per la sua “maschia bellezza”, ma anche per la sua non comune sensibilità interpretativa, oltre che per le idee che aveva in testa.Due i suoi matrimoni: dalla prima moglie, sposata quando aveva 26 anni, ebbe tre figli; dalla seconda, la giornalista francese Veronique Passani, sposata a 39 anni, due figli.

A Taormina era da solo. E gli occhi dei cronisti erano puntati sulle particolari attenzioni che il quarantasettenne Gregory riservava alla trentaquattrenne Audrey Hepburn, sua deliziosa partner in “Vacanze romane”. “Siamo stati e siano soltanto dei buoni amici, che si sono tanto divertiti a interpretare un film divertentissimo”, si limitò a rispondere il divo alla maliziosa domanda di un giornalista. Erano entrambi al “San Domenico”, ma questo non autorizzava certo ad avanzare dei sospetti su loro rapporti di natura sentimentale. E la splendida Audrey, da sola anche lei a Taormina, aveva fama di moglie e madre esemplare: felicemente sposata, allora, con l’attore americano Mel Ferrer, al quale aveva dato un figlio. Grondavano buoni sentimenti le sue dichiarazioni, come quelle del suo partner. Questa, per esempio: “Se dovessi essere impegnata troppo come attrice, mi sentirei come se stessi derubando la mia famiglia, mio marito e mio figlio delle attenzioni, dell’affetto e dell’amore cui hanno diritto”.

Soltanto buoni amici a Taormina, dunque, a sentir loro. Della incantevole partner, nell’incontro con i giornalisti, il grande Gregory volle solo ricordare che la sua poesia preferita, al tempo in cui giravano “Vacanze romane”, era “Amore senza fine”, scritta dal filosofo indiano Rabindranath Tagore. “La cantava con molta passione, tra gli amici, e fu davvero un amore senza fine, il suo”, spiegò. Senza chiarire se era stato anche lui, per qualche tempo, destinatario di quell’amore; tanto meno se lo era ancora, durante la bella vacanza a Taormina.

Audrey Hepburn, vincitrice dell’Oscar per “Vacanze romane”, aveva 34 anni quando ricevette a Taormina il David, nel 1963. Super-feesteggiata anche lei, come Gregory Peck, ed emozionatissima di fronte allo spettacolo delle diecimila candeline che gli spettatori accendevano alla fine nella cavea del grande teatro. “E’stata la emozione più bella, tra le molte che ho avuto la fortuna di poter registrare nella mia carriera”, dichiarò ai giornalisti la deliziosa interprete di “Sabrina”, “Arianna”, “Sciarada”, “Colazione da Tiffany”, “My fair lady”.

Era una delle attrici più brave e popolari di Hollywood (“la terza più grande attrice di sempre”, secondo l’American Film Institute), ma non si atteggiò mai a diva. Un’attrice, spiegava lei, che si divertiva a lavorare, ma che al lavoro non sacrificò mai i doveri della famiglia e gli interessi di vita. Tra un film e l’altro, interpretati quasi tutti in America con i migliori registi e partner tra i più quotati, Audrey Hepburn (nata in Belgio e vissuta per lungo tempo in Italia ed in Svizzera), trovava sempre il tempo per occuparsi di problemi sociali, di missioni umanitarie. Girò il mondo per molti anni come ambasciatrice dell’Unicef ed ebbe anche lei dal capo della Casa Bianca, come il suo collega Gregory Peck, l’ambitissima “Medaglia presidenziale della libertà”. Sappiamo anche che Marilyn Monroe non fu la sola attrice di Hollywood a cantare per il compleanno del mitico presidente John Fitzgerald Kenmedy; anche Audrey Hepburn cantò per lui, il 29 maggio del 1963, per l’ultimo compleanno del capo della Casa bianca che sarebbe stato assassinato poi a Dallas.

Non felice, e non sempre per colpa sua, la vita sentimentale della Hepburn. Durò quattordici anni il matrimonio con Mel Ferrer; durerà ancora meno (tredici, per l’esattezza) quello con lo psichiatra italiano Andrea Dotti (anche a lui diede un figlio). Gli ultimi anni di vita Audrey li trascorse in Svizzera con l’attore olandese Robert Wolders, vedovo dell’attrice Merle Oberon, senza sposarlo. E lì, nella sua bella residenza sul lago di Ginevra, morì per un terribile male, a 64 anni, dopo aver tanto sofferto, anche per una serie di interventi chirurgici risultati inutili, eseguiti in Europa e negli Stati Uniti. Restano di lei le immagini gioiose ed esaltanti di una attrice non volle mai essere una diva. La Audrey Hepburn di Taormina, appunto, quella di “Vacanze romane”, che incantava con il suo visetto eternamente infantile, irregolare e ammaliante, occhi appuntiti, ed interpretazioni vere, autentiche, sempre piene di verve, mai fuori misura.

Non era quel che si dice una bella donna, ma era certamente, come scrissero i critici di tutto il mondo interpellati da Hollywood, “una delle poche grandi signore del cinema di tutti i tempi”. Incantevole e adorabile, anche con quel fisico sottile e apparentemente insignificante. Grazia e classe messe insieme, intelligenza e spontaneità; ed una eleganza nei comportamenti che aveva nel Dna e riusciva a mantenere mirabilmente sul set, anche nei panni della principessa arruffona e pasticciona. Una eleganza innata, non da atelier: il suo guardaroba, a sentire le amiche, consisteva soprattutto in due gonne e due camicie, con tanti foulard da abbinare, che facevano apparire sempre diversi i suoi abiti.

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