Un percorso piacevole e suggestivo – Taormina ha avuto un territorio assai vasto, con terre che andavano oltre i confini del fiume Alcantara e anche sino ai territori sopra Letojanni, come Mongiuffi Melia e Gallodoro. Numerose erano le vie di collegamento, ma esse avevano l’aspetto di mulattiere o “trazzere” come si è soliti nominarle qui, perché erano percorribili a dorso d’asino o di mulo e a piedi. Usate anche come vie commerciali con l’entroterra, garantivano gli approvvigionamenti per le popolazioni. Oggi, sono stati ribattezzati “sentieri” perché le vie cittadine e provinciali sono ben altre, al posto del mulo, si usano le autovetture e questi percorsi sono battuti dagli escursionisti e dai turisti, che desiderano immergersi nella natura e godere della tipicità dei luoghi. Il Sentiero dei Saraceni è uno tra i più suggestivi. 

Partenza da Taormina per giungere a Castelmola – La passeggiata ha inizio da Porta Catania e intrapresa la via Apollo Arcageta, si proseguirà sino alla piazza Andromaco per andare alla scalinata Celestino Penna, che porterà alla piazza Goethe e di qui, inizierà la via detta dei Saraceni, che un tempo era chiamata la Decima. Il paesaggio e i colori della macchia mediterranea sono i veri protagonisti e la salita regala la vista del territorio circostante in tutta la sua pienezza. Naxos, l’Etna ma anche Taormina con il Castello in lontananza e sopra, quasi incombente la rocca di Mola, l’antica Myle. Questa via che nel corso dei secoli è stata impregnata delle vite di uomini e animali da lavoro, fa riscoprire le antiche tradizioni contadine e di pascolo del luogo, dove nella zona detta di Cuseni, a Taormina, vicino piazza Andromaco, c’era un quartiere abitato da contadini e pastori di capre. Il Sentiero dei Saraceni, oggi è una via comoda ma reca le tracce di antiche esperienze di vita. Questa zona un tempo, era ricca di mandorli e veniva chiamata anche Piano delle Ficarre, per la massiccia presenza di piante di fichi e fichi d’India, questi ultimi introdotti proprio dagli arabi. 

L’ingresso alla cittadella fortificata – La rocca di Mola poiché è sito inespugnabile per via della conformazione rocciosa, costituì una delle fortezze dell’antica Taormina e per accedere alla cittadella, c’era una porta d’ingresso detta “Purtedda Saracina” perché la storia narra che gli arabi vi passarono per giungere a Taormina. Della porta vi sono dei resti che anche oggi è possibile vedere e poco più in alto, si potrà visitare l’antica chiesa titolata a S. Biagio, risalente al IV secolo; la più antica del territorio molese e quindi testimonianza degli insediamenti cristiani nel territorio. L’edificio è semplice ad un’unica navata proprio a ridosso della parete rocciosa e dentro vi è un affresco del XVIII secolo. Il sentiero è segnato da un perimetro di muri a secco e passamani in legno che si integrano con il paesaggio e la facile percorrenza, lo rende uno tra i più battuti dai turisti, per la fascinazione che si subisce dalla visione di un panorama unico al mondo; ma anche perché da Taormina è possibile salire, facendo una sana camminata sino alla Mola e girarne le vie e gli angoli caratteristici. 

L’invasione araba della Sicilia e l’importanza di Taormina – Taormina durante l’ultima fase dell’invasione dei musulmani, era diventata la capitale bizantina. Il punto di partenza della conquista araba, fu l’isola di Pantelleria nel 700 d. C. e da lì l’occupazione dei territori proseguì inesorabile, sino a che nell’878 cadde Siracusa, mentre tra le ultime a piegarsi, vi furono Rametta e Taormina. Vista la posizione della città, per gli arabi non fu semplice espugnarla. Ibrahim guidava gli assalitori, era al 17 luglio del 902 e le forze bizantine decisero di scendere giù alla marina di Giardini per bloccare l’invasore “saraceno”. Termine questo, che era in uso presso la popolazione bizantina per identificare gli arabi. Il presidio di soldati dell’imperatore bizantino Leone il Sapiente era comandato dal generale Costantino Caramalo detto anche “Costantino Patricio”, ricordato in un’epigrafe con incisioni greco-bizantine del X secolo, oggi apposta sulla facciata del duomo di Castelmola. 

L’iscrizione e le modalità dell’assalto – L’iscrizione recita: «Questo castello fu costruito sotto Costantino, patrizio e stratega di Sicilia», che fu anche l’ultimo comandante a dare filo da torcere agli arabi. Mentre la lotta diventava più cruenta ed aumentava il numero delle vittime tra le fila dei soldati, gli arabi inseguirono i nemici su per le colline, mentre altri fuggivano per mare con le navi ancorate al porto di Schisò. Costantino Patricio, che aveva fatto fortificare il castello, predispose insieme ai suoi uomini le difese, rafforzando anche la zona attorno alla porta d’accesso a Castelmola, che la collegava a Taormina. Ibrahim aveva già preso il controllo della fascia costiera ma per entrare in città doveva prima espugnare Castelmola, dove una parte della popolazione era nascosta per poi, attraverso il sentiero, arrivare ad espugnare Taormina. 

L’ingresso da Porta Cuseni – I musulmani riuscirono nell’impresa e dopo la fortezza di Mola, presero anche l’altra, quella di Taormina ma l’ingresso in città, secondo quanto riportano le fonti, avvenne dopo aver percorso il Sentiero dei Saraceni e una volta giunti nei pressi di quella che viene chiamata Porta Cuseni, da dove ha inizio via Fazello e che era anch’essa nominata come Porta Saracena, penetrarono all’interno della seconda cinta muraria, nella città. La zona in cui avvenne l’ingresso ha oggi il nome di Salita Ibrahim. E vuole ricordare la vittoria araba sulla fiera Taormina bizantina e l’eccidio cruento di parte della popolazione, che ne seguì. 

Il vescovo Procopio tiene testa a Ibrahim – Era il primo giorno del mese di agosto dell’anno 902, e tra le vittime eccellenti di quei giorni di guerra, vi fu il vescovo della città, Procopio. Dato l’eccidio di parte della popolazione, dove persero la vita uomini, donne e bambini, chi riuscì, trovò riparo nelle grotte delle colline circostanti. Individuato il nascondiglio dov’era il vecchio Procopio, Ibrahim lo volle conoscere e lo fece condurre al suo cospetto, in quella che era l’antica cattedrale cittadina, l’ex Chiesa di S. Francesco di Paola. Secondo la descrizione dei fatti, riportata da Giovanni Diacono, Ibrahim desiderava persuadere il vescovo ad abbandonare i costumi cristiani per abbracciare la fede islamica. Ma il vescovo, per nulla afflitto, sorrise alla sua richiesta, allora Ibrahim infastidito, gli si rivolse con arroganza, ricordandogli chi gli stava parlando. Al che Procopio rispose: «Sì; l’è il demonio per bocca tua; e indi rido». 

La miserrima fine del vescovo e l’inizio dell’epoca araba – Ibrahim inferocito per la presunzione del vescovo diede l’ordine ai suoi soldati: «Spaccategli il petto, cavategli il cuore, che io vo cercarvi gli arcani di cotesta mente superba». Il martirio del vescovo Procopio è stato raffigurato in un quadro ad olio di epoca barocca posto nella chiesa di S. Pancrazio; del vescovo vi è anche una statua all’esterno della stessa chiesa, a destra del portale principale. A sinistra, vi è quella di S. Pancrazio, entrambe le statue sono opere del XVIII secolo, attribuite allo scultore Paolo Greco. Il legame tra il primo vescovo Pancrazio e l’ultimo, Procopio, ha forte valenza simbolica perché con Pancrazio, le tradizioni greche saranno assorbite e rimodellate dalle tradizioni della fede cristiana, mentre con Procopio, la cristianità bizantina, sarà accantonata per far spazio agli usi musulmani, sino a che nel 1079, i Normanni introdurranno il nuovo “cristianesimo feudale”.

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[Foto di Andrea Jakomin/Blogtaormina ©2014]

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