È partita il 4 ottobre nel complesso del Vittoriano a Roma la Mostra di Mario Sironi, l’artista pittore, scultore, architetto, illustratore, scenografo e grafico, che negli anni Trenta teorizzò e praticò il ritorno alla pittura murale. Fino a febbraio saranno esposte 90 delle sue opere che ripercorrono tutte le ricerche della sua carriera, dagli esordi del simbolismo e del divisionismo, fino alla pittura murale e ai cicli delle apocalissi, passando attraverso il futurismo e la metafisica. In questa antologica del maestro risalta anche un importante carteggio con il mondo della cultura del Novecento, e ritroviamo alcune delle sue opere più significative “l’Architetto” del ’23 e “l’Apocalisse”, che rappresenta quasi il suo testamento spirituale.

In una lettera del 1945-1946, che testimonia il suo amore anche per la scrittura come strumento di testimonianza della sua esperienza artistica, che abbraccia la vita a cuore pieno in tutte le sue sfaccettature, troviamo parole che ricordano quelle di un androide in “Blade Runner”, Roy Batty, magistralmente interpretato da Rutger Hauer, che ha segnato la letteratura filmica di un opera “cult” della cinematografia: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire». Un film di una malinconia lancinante che sembra essere in perfetta sintonia con la decadenza umana che deve aver respirato la sensibilità di Sironi nel periodo della grande guerra, al punto da fargli dire: «Ma quello che è venuto dopo è stato veramente una cosa spettrale…Ho visto cose che tutta la mia amara filosofia non mi avrebbe mai fatto immaginare, ho visto l’atrocità della vita e la bestialità umana».

E su u altro foglio, sempre scritto nel ’45 leggiamo: «Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere, di resistere con questo cuore schiantato dalla enorme fatica di esistere… Non c’è nessuno qui vicino a me, ancora e sempre solitudine atroce… In certi momenti mi illudo ancora. Poi torna a soffiare il vento livido orrendo… S’è tutto rotto in questi mesi, tutto. Non sono rimaste che macerie e paura». La triste verità è che la capacità immaginativa e percettiva di un artista va ben oltre la consapevolezza di un androide, e di certo Mario Sironi attraverso le sue opere ha sempre dimostrato di avere la certezza di quel “quid” che ancora manca all’umano per potersi fregiare a pieno titolo di questo nome. L’umanitas, appunto, che permette all’individuo di concepire una vita al servizio dell’altro e non in un perenne conflitto che costringe a vivere schiavi della paura di soccombere.

Era un artista che come buona parte degli italiani tra le due guerre hanno creduto o hanno fatto finta di credere in quello che era l’anima socialista del fascismo, e infatti Arturo Martini nel 1944 diceva di lui che era uno che «credeva di essere fascista, invece era d’animo bolscevico e quasi abissale», sottolineando che il suo era un fascismo di sinistra. In realtà era un pittore, uno scultore e un architetto che comprendeva le incongruenze del suo tempo alle quali sapeva di non potersi sottrarre isolandosi in un mondo a parte, ma che per esprimere al meglio la sua unica forma possibile di libertà doveva partecipare. E tutta la tragicità che percepiva di quel mondo non trovava altro modo per dirlo che il fissaggio dentro paesaggi urbani che esplodevano di una implacabile grandezza volumetrica, scevri da ogni forma di decoro, di frivolezza e di graziosa bellezza classica. Tutte le sue forme conservano la grande rigidità e la scultorea fermezza dell’aspra materia, perché aspra era la vita, eppure trasmettono il senso di un etica del costruire etico. Ciò che non esiste nella realtà può dirlo o suggerirlo l’arte.

Ed è questa di fondo l’idea da cui nasce il suo “fascismo di sinistra”, che lo fa approdare alla vocazione sociale per eccellenza, cioè un arte che rifugge le gallerie e il sistema per stamparsi sui muri e sulle case. L’arte della pittura murale che può incontrarsi per strada, nelle piazze, sui luoghi di lavoro, è un ‘arte che ridimensiona i luoghi deputati per la visione dell’arte e sollecita la creazione di opere monumentali che affrontano temi “alti”. Considerato il frangente in cui si è trovato ad esprimersi, il suo lavoro di giocoliere costretto a barattare la sua oncia di libertà con l’ideologia fascista appare più che naturale che abbia trasformato la frase dell’androide di Blade Runner “è tempo di morire”, in una chiusa altrettanto drammatica e dignitosa: «Di me non so dire nulla. C’è un mucchietto di rifiuti qui davanti, nell’orto, e mi sembra la mia vita, il mio cuore, le mie speranze…». E anche più avanti, scrivendo a Luigi Gobbi, suo barbiere e raro confidente: «Speriamo davvero che dopo tante burrasche, tante tempeste, tanto bestiale soffrire […] si arrivi lo stesso in un porto dove per questo misero cuore ci sia pace e silenzio».

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